Capitolo tratto dal romanzo "La verità è una bugia"
Capitolo tratto dal romanzo "La verità è una bugia"
Dolce fumo di pipa
Fortunato era oltremodo meravigliato da uno scritto così poco ortodosso da parte di suo fratello, da parte di un membro del clero cristiano cattolico. Questo racconto era, a tutti gli effetti, uno scritto che faceva pensare più a un demiurgo dell’antico gnosticismo piuttosto che a un dio cristiano cattolico. Un demiurgo che oltretutto dimostrava una commovente coscienza dei suoi errori.
Erano questi, inconsapevolmente, i sentimenti più profondi di Rosario nonostante la sua confessione?
Fortunato si mise alacremente al lavoro senza chiedersi oltremodo cosa fosse giusto fare. Nell’arco di sei mesi ricostruì la vicenda dell’assassinio di Pietro II. Mise insieme tutti i segnali e gli indizi accumulati ricavandone incontrovertibili prove. Riportò, inoltre, testualmente anche la conversazione avuta con il cardinale Bonanno al cimitero del Verano. Ricostruì la vita di suo fratello facendone una sorta di biografia utile per far comprendere i passaggi psicologici e ideologici che portarono Pietro II al grande gesto di quella storica domenica del famoso “Annuncio”.
Fortunato però, come aveva annunciato a Bonanno voleva andare oltre. Desiderava anche dimostrare secondo modalità e approcci sistematici, scientifici, da storico, che le tesi costituenti il grande messaggio di suo fratello trovavano effettivi e fondati riscontri storici. Pertanto, quella indicata da suo fratello, avrebbe dovuto essere l’unica strada possibile e percorribile per la Chiesa di Roma. Per far questo, però, occorreva condurre approfondite e complesse ricerche storiche. Era assolutamente necessario poter consultare fonti di non facile accesso, non facilmente reperibili e scritte in antiche lingue, ai più incomprensibili. Per questo motivo pensò di ricorrere a un docente dell’università di Roma, raffinato conoscitore di antiche lingue semitiche e di greco ellenistico, che aveva avuto modo di conoscere tempo addietro. Lo chiamò, gli chiese un incontro e si recò a Roma per incontrarlo. Voleva proporgli un sodalizio. Avrebbero insieme scritto un’opera storica unica che avrebbe dimostrato senza ulteriori ombre di dubbio le tesi postulate.
Il docente lo accolse con molto calore, gli fece strada fino al suo studio, si sedette su una comoda sedia dietro a una pesante e ampia scrivania di legno massiccio e fece accomodare il suo ospite su una delle due poltrone poste davanti alla scrivania. Poi con gesti misurati, sapienti e scrupolosi si accese la pipa e cominciò a tirare spargendo tutt’intorno del buon profumo di tabacco olandese. Solo a questo punto chiese al suo ospite il motivo della visita.
“Ho intenzione di scrivere un’opera storica su Gesù Cristo. Sto cercando aiuto, ho bisogno di accedere alle fonti in lingua originale”. Confessò subito Fortunato.
“Opera storica su Gesù? Ma che cosa vuole dimostrare?”
“Avrà sentito parlare del famoso “Annuncio di Pietro II”.
“Certamente. È stato un atto molto coraggioso, di potenziale portata storica, ma penso che finirà nel nulla”.
“Pietro II era mio fratello, voglio dimostrare storicamente le sue tesi”.
“Interessante. Se ha qualche particolare problema di interpretazione dei testi, sarò lieto di aiutarla, farò del mio meglio”.
“Per la verità contavo su una collaborazione, pensavo a un’opera a quattro mani”.
Il docente si fece serio, si alzò lentamente dalla sua sedia, passò lentamente davanti a Fortunato tirando alcune boccate di fumo, poi appoggiò la pipa ancora accesa su di un portapipe di legno da tavolo, si sedette sull’altra poltrona posta proprio di fronte al suo interlocutore, appoggiò i gomiti sulle ginocchia, strinse le mani per formare pugni, le portò proprio sotto il mento e vi appoggiò sopra la testa, e infine si chinò in avanti verso Fortunato. A questo punto la sua testa si trovava a dieci centimetri dalla testa di Fortunato che lo osservava incuriosito da quella teatrale operazione. Il docente fissò Fortunato negli occhi e con aria di chi la sa lunga, chiese:
“Che cosa crede di poter fare?”
“Fortunato, un po’ disorientato da tutta quella inaspettata e plateale manovra, rispose ingenuamente:
“Semplicemente dimostrare la verità”.
“E Lei crede di poterlo fare sic et simpliciter?”
Fortunato continuava a non capire.
“Con il Suo aiuto penso proprio di sì”.
“Non facevo riferimento a difficoltà tecniche, io e Lei potremmo scrivere qualsiasi opera storica. Mi dica, che cosa è accaduto a Suo fratello?”
Lo sguardo di Fortunato si aprì, e rispose:
“Capisco”.
“Mi perdoni, professore, a chi ritiene possa giovare stabilire la verità su tali argomenti? Ma, ancora più importante, io credo che non troverà nessuno disposto a perdere il proprio tempo a cercare di scoprire l’acqua calda, mi passi la banalizzazione. Abbia pazienza, nessuno dotato di normale senno spenderebbe mai anni di lavoro per dimostrare l’inesistenza di Babbo Natale, con l’unico risultato, oltretutto, di attirarsi le ire dei commercianti di Rovaniemi, e magari anche quelle di torme di bambini inferociti perché Lei gli ha distrutto un sogno. Caro professore, mi dispiace, ma non posso proprio aiutarla”.
Fortunato, era attonito, ammutolito. Tutto si sarebbe aspettato fuorché una reazione del genere. Si alzò, porse la mano, ringraziò per il tempo dedicatogli e salutò cordialmente. Il docente nel salutarlo gli disse: “Non se la prenda”.
Fortunato uscì da quel colloquio più determinato e ostinato che mai. Era fuori di sé. Si rimproverava di essere stato, come sempre, troppo polite. Forse sarebbe stato molto meglio se gli avesse risposto: “Ma è questo che Lei insegna ai suoi studenti? Ma che cosa possono sperare di imparare da Lei i suoi studenti? E perché allora non continuiamo ad insegnare loro che il mondo è fatto a forma di tabernacolo come affermava nel sesto secolo Cosma Indicopleuste? È una bellissima immagine poetica e un impagabile argomento a favore della religione cristiana, tanto nessuno dei nostri studenti si alzerà in volo così in alto da accorgersi che è una frottola.
Era così innervosito che non voleva restare a Roma un minuto di più. Ma a volte sembra davvero che la fortuna aiuti gli audaci. Mentre camminava velocemente in direzione della fermata della metropolitana, un giovane gli chiese se sapesse dove si trovasse una certa via. La via era proprio quella da cui lui proveniva, dove abitava il docente appena incontrato. Fortunato notò che il giovane aveva sottobraccio un libro di filologia classica e gli chiese se stesse andando a trovare il professor Andretti. Il giovane spiegò che stava preparando con lui la sua tesi. Fortunato si disse che il caso a volte non sta molto attento a dissimulare i suoi fini. E confidò al giovane che stava proprio cercando una collaborazione con un filologo di lingue antiche. Qualche colloquio di reciproca esplorazione e il sodalizio fu presto stabilito. Il mese successivo Fortunato e Gabriele cominciarono a lavorare insieme.
Per circa un anno e mezzo, Fortunato con il valido aiuto di Gabriele condusse alacremente, instancabilmente approfondite ricerche storiche. Con il prezioso aiuto di amici della comunità accademica, il nostro professore e il suo nuovo amico e collaboratore, poterono accedere alle più lontane fonti del proto-cristianesimo. In capo a un anno e mezzo il lavoro fu completato. Fortunato si riteneva sufficientemente soddisfatto dei risultati. Lui e Gabriele si dissero che a meno di costruire una macchina del tempo che consentisse loro di andare a vedere di persona come si erano svolti taluni fatti, questo era quanto di meglio si potesse fare sull’argomento.
Tutto questo, sempre posponendo la cruciale domanda su cosa fare una volta completati tutti questi lavori. Fortunato era comunque, indipendentemente da tutto, uno studioso, sentiva che la verità doveva assolutamente essere stabilita. Che cosa farne, però, di questa verità una volta afferrata, rimaneva un fatto da decidere. Sapeva per certo che questa decisione rimaneva per lui il compito più difficile, più faticoso, più ingrato. Sapeva anche che laggiù, sul lago Inle, alla fine aveva preferito non usarla la verità. Ripensava alle promesse del cardinale Bonanno circa la canonizzazione di suo fratello, si chiedeva la reale affidabilità delle promesse di “quel dannato prete”.
Quando ebbe terminato tutti i lavori era oramai primavera inoltrata. Erano passati quasi due interi anni dalla morte di suo fratello e dall’inizio di tutta la sua personale avventura. Fortunato, si sentiva affaticato. Erano stati due anni molto intensi, aveva lavorato molto e aveva visto poco la sua famiglia. Preso da quella che oramai riteneva una specie di doverosa missione, in questi due anni, non sempre era riuscito, come sua consuetudine, a passare tutti i giorni da casa di Rebecca per vedere lei e le sue amatissime bambine. Per trascorrere con loro la serata, per farsi raccontare com’era andata la scuola, metterle a letto e raccontare loro bellissime storie inventate al momento. Di tutto ciò, Fortunato, si rammaricava molto. Era venerdì sera, il professore preparò la sua borsa con il necessario per fermarsi a dormire per il fine settimana a casa di Rebecca, con la sua famiglia, come accadeva da sempre. Fortunato, in queste giornate, si mostrò molto più gioviale e partecipe della vita della famiglia rispetto agli ultimi due anni, durante i quali, forse preso dai suoi studi, era apparso spesso preoccupato e taciturno. Era primavera inoltrata, Fortunato propose di partire per il mare il sabato mattina e di rientrare la domenica sera. Rebecca e le bambine acconsentirono entusiaste. Fortunato era veramente felice di stare con loro.
Il lunedì successivo Fortunato aveva un impegno a Roma. Un po’ meccanicamente, senza averne la piena convinzione, come quando si mette in atto un’azione decisa tempo addietro e che ora non si ha voglia di rimettere in discussione, passò dal suo appartamento e prese tutti gli stampati e le copie elettroniche dei suoi scritti, frutto di tanto lavoro. Decise di lasciare la sua auto in garage, non aveva voglia di guidare, e salì sul primo treno per la capitale.
Gaetano Tufano