I sogni non mentono mai è una raccolta poetica che attraversa memoria, tempo e coscienza della fine con una voce autentica e meditativa. Le poesie alternano componimenti brevi, essenziali e molto evocativi (Altro lambire, Come la neve) a testi più ampi e riflessivi (Il mio tempo), dove la dimensione filosofica si intreccia con l’esperienza personale.
L’autore costruisce un universo simbolico coerente: falò dell’infanzia, lune novembrine, walzer lontani, sorrisi eterni. Sono immagini semplici ma pregnanti, che parlano di amore mancato, nostalgia, morte e ricerca di senso. Talvolta la riflessione prevale sull’immagine, ma proprio questa tensione rende la raccolta sincera e intensa.
Un libro da leggere lentamente, che premia chi ama la poesia introspettiva e la meditazione sul tempo umano.
Un eterno sorriso
non risata sonora
colmo di atea beatitudine
degno infinito passo
tra cari carezzevoli
come girasoli in cerchio
e gioire leggeri di lontani ricordi risolti
occhi incontrare
e socchiuder d’amore i propri
lassù
non laggiù come dicevo
mai stanco dispensare doni come petali
e di nuovo
infinito eterno
armoniche scambiare parole
ora in semicerchi aperti
ospitali
lenti scambiare grazie
sorrisi molli come onde di mare
di risacca nei colori del tramonto
eterni fluire
Camminavo piano
Con gli occhi per terra
E avevo un cuscino
Bianco ricamato d’oro
Il fazzoletto nel taschino
Che mi faceva grande
Mentre osservavo
simboli occulti e sconosciuti
Per terra
E nel cielo disegni
Di morte
Che dici imperscrutabili
Imperturbabile
È la mia natura
Cammino piano
Con gli occhi fissi
Con in mano un fucile
Con pallettoni d’argento
Che mi ha fatto grande
Mentre aspetto
Tra simboli
Occulti
Tra segni
Imperscrutabili
Calmo e imperturbabile
Che torni la morte
Ardenti tizzoni
a bocca spalancata
e lingue di fuoco
m’inseguivano
Sulla fronte
rossa
ancora scoppiettava
il grande falò
tronchi
pneumatici bruciati
rami secchi innocenti
E il fumo nero
e nelle narici
l’odore persistente
ma non avevo paura
Le ombre notturne
temevo
soprattutto
lungo i muri
di spighe e foglie d’acero
sinuose
si muovevano
Le seguivo
senza voce
atterrito
cuore chiuso
nella mano
Ben ricordo ora
Nelle campagne del sud
Tra giunchi e campi di frumento
Dietro ai covoni
Nel pagliaio e sul fieno
Pur tra serpi e formiche
Era il batticuore
Era l’ora più felice
Mai in vita mia ho danzato
Per danzare
Con passo veloce e cuore
Leggero bisogna volare
E il mio cuore ahimè
Mai è stato lieve
Ma un giorno lontano
Quando la bruma mattutina
Più forte scenderà
Quando l’inesorabile accadrà
Sulle note del walzer di Demetrio
Danzando, me ne voglio andare
Ti rivedo ancora
E ancora rivedo i monti che stringono il lago
La casa turchina, che ti teneva lontana
E non seppi mai
Il sinuoso sorriso
Che faceva più belli i tuoi occhi
Non per me, stranito dal sogno
Di impuri pensieri
Avvezzo alla malinconia
Attonito, incredulo
Ti rivedo ancora, dea ineffabile
In mezzo alla bruma novembrina
Ma lontani i non corrisposti sospiri
Digradano ormai lungo declivi
Dolci, flessuosi e vischiosi
Di sopiti desideri
Di monti e case turchesi
Che racchiudono inesplorati sogni
Alla fine
siamo sempre soli
gli occhi negli occhi
attraverso il gioco degli specchi
senza parlare
perché noi siamo fragili
perché tutto ci può ferire.
Alla fine
siamo sempre soli
nel gioco degli abbracci
e mano nella mano
quando insieme sogniamo
che tu sei come la neve
e ci diciamo che i sogni non mentono mai.
Il mio tempo è transizione.
Quando per la prima volta aprii gli occhi
non sapevo
che il mio tempo sarebbe stato questo e non un altro.
Ciò che più di tutto stupisce
e fa male
è la casualità con cui si nasce
nell’uno o nell’altro tempo.
Questo tempo è coraggio,
o forse incoscienza.
Mai una contraddizione fu più ingrata
di quella che noi sopportiamo:
la ricerca dell’assoluto nella contingenza
la pretesa di ordine nel disordine
la speranza di vita nell’immobilità della morte.
È ancora il tempo della crudeltà
verso l’irragionevole tensione alla vita.
Fantasia dell’oppresso, nostra sovrana,
sei che infondi il fascino dell’ignoto?
Il mio tempo è il mitico gigante che fa il passo
più grande di sé, rovina a terra,
agonizza da vecchio misantropo
e rimpiange i tesori costretto a lasciare al pigro nipote.
Insensibilmente, indifferentemente
il tempo mi scorre nelle vene
mi attraversa le membra lacerandole.
Ingenuamente, io stesso attraverso distratto
il mio tempo, anche se a volte
mi par di riconoscere una figura amata
tra i mille fantasmi che ogni giorno dinanzi
ai miei occhi socchiusi sfilano.
Come amerei amare nel breve spazio di un istante
insignificante il lusinghevole inganno dell’amore,
ma il mio tempo è un insistente sequela di storie
senza senso che s’agitano come ereditiere.
L’ultima parola voglio dirla
agl’impettiti figli di questo mio tempo:
tutto innanzi tempo finisce
l’eredità del principe e la fortuna del tempo.
I miei signori d’un tempo son schiavi
ma del loro tempo non già del mio
poiché io son cibo per ogni ingorda ironia
poiché io mi sento estraneo a questo mio tempo.
Il mio tempo non ha un significato
molto spesso ha due o tre significati.
Ancora più spesso somiglia al vecchio Caos
il mio momento preferito.
Peccato ch’io sia un ordinatore, dura poco.
Comunemente si crede che verrà un tempo,
non il mio,
in cui questo nostro tempo, come gli altri, sarà passato,
ma a guardarlo sembra inconcepibile
che possa andare da qualche parte.
Tuttavia è un tempo transeunte
anche se nessuno ha tempo di pensare
a questo tempo che passa, in un tempo senza tempo.
L’esistenza del tempo
è semplicemente desunta dal passato,
storico s’intende,
divorato inesorabilmente, infaticabilmente.
Ancora una volta la risposta di Ulisse
riecheggia quale unica e ultima verità
che il tutto conosca, la vacuità di sé stesso.
Il vangelo del tempo, il mio, è lo scorrere
del fiume, il fischiare del vento.
Rimanemmo assorti, dopo
In silenzio, per qualche tempo
Ripensando
Come se qualcosa si fosse rotto
Come se qualcosa fosse accaduto
Come se il vuoto si fosse colmato
-Lasciami qui – dissi
-Non voglio tornare nel Nulla
Con gli occhi fissi nel vuoto
Ripensando
Con un senso di nausea
Che nulla si era rotto
Nulla era accaduto
Nulla si era colmato
Quando l’ultima stagione
mi porterà la fine
l’adagerà davanti ai miei piedi
e mi lascerà solo con lei.
Io non saprò che fare.
Avrò gli occhi stanchi
e resterò a fissarla
senza ricordi, senza ragioni.
Finalmente l’afferrerò con forza
la caricherò sulle spalle
e riprenderò a camminare
senza una meta, senza ragioni.