Capitolo tratto dal romanzo "La verità è una bugia"
Capitolo tratto dal romanzo "La verità è una bugia"
Pietro II girava affannosamente per le strade di Gerusalemme il 3 aprile del 33 d.C. Sapeva che stavano per crocifiggere Gesù e voleva a tutti i costi impedirlo. Si era chiesto cosa ne sarebbe stato del Cristianesimo, delle sorti della Chiesa e del destino dell’umanità senza il sacrificio di Gesù, ma la risposta era immediata e senza possibilità d’appello. Non poteva acconsentire a un abominevole assassinio. La morte di Gesù gli aveva sempre trasmesso grande dolore e un indicibile senso di ingiustizia, aggravato dall’ineluttabile senso di impotenza che si ha di fronte all’irreversibilità del tempo. Pietro II sentiva che questa poteva essere l’occasione per impedire questa ingiustizia e correva freneticamente nel timore di arrivare troppo tardi. Il dedalo delle strette vie del centro di Gerusalemme, affollatissimo a quell’ora del mattino, era inestricabile.
Pietro II si ritrovava a ripercorrere più volte le stesse vie, incapace di districarsi. Sapeva di dover uscire dalla città in direzione di nord-ovest per raggiungere la collinetta del Golgota che si trovava appena fuori dalle mura, ma non riusciva ad orientarsi. Provava a chiedere indicazioni ai passanti, ma nessuno lo comprendeva. Si rammaricava di non aver mai imparato né l’ebraico né l’aramaico, ora gli sarebbero serviti a salvare il suo Gesù. Ricordava che Golgota in aramaico si diceva «Gûlgaltâ» e provava a dire a tutti «Gûlgaltâ, Gûlgaltâ», ma nessuno capiva, qualche negoziante lo invitava a entrare nel suo negozio, altri sorridevano guardandogli le vesti. Si accorgeva allora di essere in abito talare, e che questo contribuiva a impacciare la sua corsa, e si rimproverava per non essersi vestito in modo più adeguato alla situazione. Rinunciò a chiedere. Gli venne in mente allora che forse doveva cercare il «Testimonium Flavianum», lui doveva sapere tutto su Gesù, ma chi era questo Testimonium e come trovarlo? Incontrò un drappello di soldati romani che spingevano un prigioniero magro, cencioso, dai lunghi capelli, seguiti da una piccola folla di bambini che inveivano contro il prigioniero. Pietro II fermò il drappello e, rivolgendosi sia ai soldati che al prigioniero, domandò di Gesù chiamandolo con quello che riteneva fosse il suo nome in aramaico, Jehoshua, il prigioniero scoppiò in una fragorosa risata mostrando una bocca senza denti e uno sguardo da demente. I soldati guardarono il forestiero di sbieco, ma lo salutarono con deferenza, forse in virtù del suo immacolato abito talare, e ripresero il loro cammino spingendo il loro prigioniero. Il povero malato di mente si voltava continuamente per guardare Pietro II, poi con uno scatto fulmineo riuscì a sfuggire ai suoi sorveglianti, gli corse incontro e gli si avvinghiò gridando Jehoshua, Jehoshua. I soldati gli furono addosso in un baleno, lo strapparono via tirandolo per i capelli, lo picchiarono e lo trascinarono via. Pietro II per la sorpresa era rimasto immobile, incapace di reagire. Solo quando i soldati furono lontani, trovò la forza di gridare: “Nolite nocere”, ma subito dopo si chiese se il suo latino fosse corretto vista la sua poca dimestichezza con quella lingua.
Riavutosi, Pietro II guardò il suo orologio, erano quasi le nove del mattino, l’inizio dell’ora terza. Secondo Marco evangelista, a quest’ora Gesù sarà crocifisso. (16) Pietro II sperava che ad aver ragione fosse Giovanni che fissa l’ora della crocifissione a mezzogiorno, ossia intorno all’ora sesta. (17) Poi, però, si ricordò che Giovanni datava la morte di Gesù il 7 aprile del 30 d.C. e dunque, se avesse avuto ragione in tutto e per tutto Giovanni, l’atroce atto aveva già avuto luogo tre anni addietro. Afflitto da questi pensieri, riprese la sua affannosa corsa. Guardava il sole che cominciava a essere alto e fu fulminato da una tardiva idea, avrebbe dovuto seguire i soldati romani che stavano certamente portando il prigioniero alla torre Antonia, sede della guarnigione romana comandata dal prefetto Ponzio Pilato, che si trova a nord-est, proprio a ridosso delle mura orientali. Avrebbe poi potuto seguire le mura verso ovest e trovare così la collina del teschio. Troppo tardi, decise allora di andare in direzione opposta a quella del sole che a quell’ora doveva trovarsi a sud-est. Le vie però non erano così lineari, ogni tanto, interruzioni di vario genere lo costringevano a fare larghi giri. Era ormai mezzogiorno, il cielo era terso, il caldo soffocante. Pietro II si sentiva esausto, ma non si curava di sé, pensava alle pene infinitamente superiori che nello stesso momento Gesù forse stava già sopportando. Attraversò un mercato denso di odori di spezie e di sudore, non riusciva a farsi largo, continuava a dire “Tisllach li” / “mi scusi”, ma tutti lo guardavano strano. Forse la pronuncia non era esatta, chissà? Come è possibile determinare l’esatta pronuncia della lingua di un popolo così lontano nel tempo, non potendo contare su testimonianze orali? Poi si adirava con se stesso e si diceva che doveva concentrarsi sul suo obiettivo e che non doveva distrarsi con pensieri inutili.
Da lontano qualcuno gridò Jehoshua, Jehoshua, numerose persone si volsero per vedere se fosse diretto a loro, anche Pietro II si girò a guardare finendo per inciampare in una bancarella che si rovesciò facendo rovinare a terra tutte le carni appese. Il commerciante gridava e si sbracciava, Pietro II cercò dei soldi nelle tasche per ripagare il danno, ma non ne aveva, gli offrì allora il crocifisso d’oro che aveva appeso al collo. Stava per vedere il vero Gesù, non sentiva più il bisogno di un simulacro. L’ora sesta stava per terminare quando arrivò davanti alla porta di Damasco. Ringraziò Iddio, riconobbe la porta e pensò che uscire dalla città fosse la cosa migliore. Avrebbe percorso l’esterno delle mura verso ovest fino ad arrivare all’agognata collinetta. Ma anche l’esterno, purtroppo, non era meno difficoltoso. C’erano ogni sorta di storpi sdraiati lungo le mura e più in là il terreno diventava accidentato. La sete gli ardeva la gola.
Ormai l’ora nona era scoccata e proprio allora, quasi in preda alla disperazione, vide la piccola collinetta pietrosa chiamata Golgota. Vi salì con il cuore pieno di terrore per essere arrivato troppo tardi, il sole però splendeva imperterrito, non si era oscurato come narrano le sacre Scritture, forse c’era ancora tempo. Quando arrivò sulla collinetta, si accorse che era deserta, non vi erano croci. Dunque, l’ora riportata da Giovanni non era corretta? Oppure non era corretto il giorno indicato da Marco? Oppure avevano già portato via il corpo per seppellirlo nel santo sepolcro? In quale direzione si trovava il santo sepolcro? Non gli veniva in mente. Ormai era stremato non riusciva a ricordare la posizione del sepolcro rispetto alla collinetta del teschio. Per la verità non sapeva neppure se non riuscisse a ricordare o se non l’avesse neanche mai saputo. Decise allora di fare il giro della sommità e di controllare tutte le direzioni, ma da nord, la stessa parte da cui lui era salito, vide arrivare il folle cencioso incontrato la mattina, inseguito dai soldati romani che gli urlavano dietro ogni genere di minacce. Pietro II cominciò a correre dalla parte opposta per evitare l’incontro, questa volta, però, il folle non voleva lui, desiderava solo sfuggire ai soldati, ma vistosi perduto, decise di lanciarsi nel vuoto sfracellandosi sulle rocce. A questo punto Pietro II si era svegliato sconvolto e turbato.
Gaetano Tufano