Introduzione a La ricerca dell'eternità
Introduzione a La ricerca dell'eternità
Introduzione
Nella storia del pensiero della specie umana, il mistero della morte ha sempre occupato un posto preminente e di conseguenza le domande sul senso della vita, su cosa ne sarà di noi dopo la morte, sono da sempre le più urgenti cui tentare di dare una risposta. Gilgameš – vissuto secondo l’epica mesopotamica alla fine del terzo millennio prima dell’era volgare – nell’epopea a lui dedicata piange la morte del suo amico Enkidu con increduli versi “… qual è il sonno che si è impadronito di te / tu sei diventato rigido e non mi ascolti!” Nelle varie culture, attraverso il tempo e la geografia, a queste domande hanno soprattutto tentato di rispondere le grandi religioni e le varie forme di credenze tribali o popolari che riproponevano configurazioni dell’aldilà secondo paradigmi riconducibili alla propria cultura e ai propri costumi.
Ben poco è cambiato da Gilgameš a oggi. Le scienze possono descrivere dettagliatamente ciò che accade al corpo fino a quando diventa cenere, ma nulla fino a oggi sono in grado di dire oltre questo limite. La filosofia per oltre due millenni e mezzo si è interrogata sulle domande fondamentali, tra le quali sicuramente primeggia il nostro destino dopo la morte, pervenendo a numerose interessanti interpretazioni che alcuni approcci della filosofia contemporanea, comprensibilmente, relegano all’interno di aree non indagabili. Negli ultimi anni, nell’ambito della cosiddetta filosofia analitica e più precisamente all’interno della branca della filosofia della mente, l’antico dibattito sta vivendo una seconda giovinezza. Con nuovi approcci metodologici, questi studi, partendo dai risultati sperimentali e strumentali – risonanza magnetica funzionale (fMRI) – delle neuroscienze, azzardano speculazioni ampliandone il perimetro con esperimenti mentali che per quanto più controllati ricordano il sapore della vecchia filosofia speculativa. Autori come David Chalmers – per citarne uno fra i tanti – ritengono che vi siano aspetti della nostra mente che possano sfuggire a modelli fisicalisti riduzionisti che tendono a considerare la nostra Coscienza epifenomeno emergente dai nostri circuiti cerebrali. Potremmo dunque affermare, parafrasando il passo biblico “Niente di nuovo sotto il sole” del Qoelet, che vuole stigmatizzare la vanità umana quando tenta di indagare al di fuori delle verità rivelate, che è proprio vero che non c’è nulla di nuovo, e che, suo malgrado, la nostra volontà di attingere all’albero della conoscenza è ancora viva in noi.
Insomma, le domande che più da vicino ci toccano e ci tormentano e che con il passare del tempo diventano sempre più stringenti rimangono ancora irrisolte e sembra lontano il tempo in cui una risposta definitiva potrà colmare la nostra più cocente lacuna. Negli ultimi decenni i più significativi tentativi di apportare contributi su questi millenari temi sembrano effettivamente arrivare dal mondo scientifico, si pensi alle ricerche nel campo della neurofisiologia e dell’infinitamente piccolo. Un aspetto interessante che sta emergendo è la consapevolezza che gli sforzi nei differenti campi di indagine debbano essere integrati in un’unica visione che comprenda anche la filosofia. Molti ricercatori oggi fanno riferimento a queste problematiche con un’espressione molto significativa “il problema difficile della Coscienza”, dove per Coscienza si intende la nostra identità di esseri viventi, ciò che ci fa sentire di “essere” e ci fa sembrare di essere soggetti che percepiscono un’alterità attraverso un’esperienza fatta di un incessante flusso di sensazioni, le cui fonti esterne o interne a ben guardare risultano essere indistinguibilmente intrecciate.
Oggi, la scienza ci stupisce con paradossi in cui universi bui e silenziosi si illuminano e producono suoni solo per mezzo dell’attività della Coscienza degli esseri viventi, ma già Berkeley, nato nel 1685, era sicuro che un albero che cade non fa rumore se non c’è nessuno a ascoltarlo. La scienza sembra dunque pronta a raccogliere il testimone condotto fin qui dalla filosofia sul tema della Coscienza, portando l’indagine sul suo banco di prova.
Sintetizzando al massimo le possibili posizioni, si trovano contrapposte due possibili alternative, quella riduzionista che ritiene che la Coscienza possa essere ridotta a un’espressione dei circuiti cerebrali del cervello, assimilandola dunque al prodotto di una macchina, complessa quanto si vuole, ma che rimane pur sempre una macchina destinata a perire e con essa il suo prodotto, la Coscienza. La posizione opposta invece, basandosi su evidenze tutte ancora da esaminare e da verificare, ipotizza che la Coscienza possa non essere un semplice prodotto della nostra macchina animale, ma che in qualche modo essa ne sia l’essenza irriducibile e che anzi, forse, la determina. Naturalmente questa seconda posizione non ha nulla a che vedere con le credenze fideistiche delle varie religioni, ma si muove nell’ambito delle scienze e della filosofia.
Lupo, il protagonista di questo romanzo, si aggira trasognato all’interno di questi misteri con l’animo di un poeta che non riesce a rassegnarsi all’idea del nulla che ci attende dopo la morte. Istintivamente, come qualsiasi figlio dell’angoscia nichilistica, avverte che la prospettiva del nulla che finirà per divorarci ha maggiori ragioni a suo sostegno, ciononostante, intravvede dentro di sé indizi, deboli per certi versi, forti e caparbi per altri, che non gli consentono di arrendersi a presunte evidenze.
Qual è il contributo dunque che Lupo può offrire all’interno di questo dibattito? Il solito, direi, le domande che tutti noi ci facciamo, le risposte che proviamo a darci, le riflessioni intorno alla vita, intorno alla morte mediate dagli occhi semichiusi e dal cuore di bambino dell’artista che solo è in grado di far diventare visibile l’invisibile.
Caravaggio, 20 giugno 2025
Gaetano Tufano