Tratto dal volume "L'albero deserto e altri racconti"
Tratto dal volume "L'albero deserto e altri racconti"
La notte sull’albero deserto
La mattina finalmente mi decisi a salire sull’albero deserto da dove avrei potuto vedere tutto, ogni cosa visibile e invisibile. La strada per arrivarci era stata lunga, arrivai di sera al tramonto, stanchissimo, e la notte dormii come un sasso ai suoi piedi. Nelle narici sentivo l’aspro odore delle sue radici, mi ero addormentato assaporando il momento in cui la mia vista avrebbe spaziato nell’infinito.
Avevo contato i giorni che mi separavano da questo momento. Appena sveglio feci i riti di iniziazione alla giornata, lentamente, senza fretta, senza affanno. Come deve essere per ben disporsi verso il nuovo giorno. Quando vidi il mio volto riflesso nello specchio d’acqua antistante l’albero brado, mi accorsi di essere molto invecchiato durante il viaggio, i capelli incanutiti, la barba lunga e bianca, la fronte solcata da sottili rughe e le sopracciglia, anche esse divenute bianche, cresciute a dismisura. Non vi diedi peso, quando ero partito sapevo che sarebbe accaduto così, la mia era stata una scelta consapevole.
Era stato da sempre il mio sogno. Da bambino, diversamente dai miei compagni, non volevo diventare astronauta o calciatore e alle festose grida dei piccoli giochi preferivo la solitudine gioiosa. Negli anni dell’adolescenza e della prima giovinezza mi ero preparato a questo viaggio con cura e dedizione. Leggevo molto e quando trovavo libri che narravano del viaggio verso l’albero silente li divoravo, ne ero affascinato. Ero dunque a conoscenza dei rischi che il percorso comportava, e sapevo che altri che si erano avventurati fin qui in passato, invece dell’albero dotto, avevano trovato la loro gehenna. Per molto tempo i dubbi, i timori mi avevano fatto procrastinare la decisione d’intraprendere questa avventura, a volte ho persino temuto che non avrei mai avuto il coraggio di partire e che avrei finito mio malgrado per rinunciare definitivamente. Fortunatamente non è stato così. Un mattino, come colto da improvvisa e incontrollabile smania di colmare il vuoto che sentivo crescere in me, presi la decisione. Dimentico di tutti gli anni passati a prepararmi, di tutte le precauzioni apprese, preparai le poche cose che potevo portarmi e partii senza salutare nessuno.
Il viaggio fu tortuoso, più di quanto m’aspettassi, ma non voglio parlarne, è una storia troppo lunga e poi riguarda la più profonda interiorità che non si disvela a nessuno e che neppure l’arte ha il diritto di profanare.
Infine ero lì, davanti al mio albero multiforme. Ero alla fine di un lungo viaggio e all’inizio di un altro grande viaggio. Non trovo parole per dire cosa provavo. Ero pronto ad ascendere all’albero taciturno. Guardai in alto, la cima era altissima, sarebbe stata una difficile arrampicata, guardai le mie membra, erano stanche, sarebbe occorso l’intero giorno ma potevo farcela. Lasciai le poche cose che avevo con me ai piedi dell’albero eclettico, notai che ve n’erano altre lasciate da altri viaggiatori. Iniziai senz’altro indugio la scalata. La prima parte del tronco, senza rami, era difficile da ascendere, ma almeno presentava solo piccoli ostacoli e in qualche momento di difficoltà mi era sembrato persino di udire silenziosi suggerimenti su come posare i piedi ignudi su invisibili nodi sul tronco e una volta che avevo perso la presa mi era parso financo di sentirmi sorretto da un’inesistente mano. A metà mattina raggiunsi il castello del fusto, le prime ramificazioni e cominciarono le prime difficoltà.
Scoprii con grande stupore tante cose che non avevo letto in nessuno dei libri che parlavano dell’albero reminiscente. I rami avevano una propria personalità. Alcuni rami erano gentilissimi, altri erano scontrosi e altri ancora ostili. Imparai presto che dovevo chiedere il loro permesso per toccarli e per usarli nella mia arrampicata verso la cima della chioma. Quelli gentili erano contenti del mio passaggio e acconsentivano subito alla mia richiesta e io li ringraziavo e li salutavo promettendo loro che ci saremmo rivisti al mio ritorno. Con quelli scontrosi imparai che dovevo prima conquistare la loro benevolenza e ottenere il loro permesso prima di attraversarli, mentre con quelli ostili non c’era nulla da fare, dovevo per forza aggirarli e trovare altre strade. Il fusto era incredibilmente alto, procedevo lentamente per non dissipare le forze. Trovai utile fermarmi dieci minuti ogni ora per riprendere energie e fare una sosta più lunga ogni sei ore. Avevo iniziato l’ascesa alle sei del mattino, la prima sosta lunga la feci intorno alle ore dodici. Dai miei calcoli mi trovavo probabilmente a un terzo del fusto, avvolto dalla parte bassa della chioma. Cercai di gustare la vista del panorama da quell’altezza, ma la foltissima chioma lasciava trasparire ben poco. Approfittai della sosta anche per mangiare della strana frutta dolce e dissetante che cresceva solo sui rami gentili dell’albero munifico.
Ripresi l’ascesa riposato e rifocillato con nuovo vigore. Il segreto per non esaurire le forze era misurare ogni gesto e procedere con calma e costanza. Non sempre però riuscivo a mantenere il ritmo corretto, di tanto in tanto qualche difficoltà o qualche pensiero mi distraeva e me lo faceva perdere costringendomi a un incremento del dispendio di energia. A volte per esempio una concentrazione di rami ostili mi costringeva a ritornare sui miei passi e a tentare un’altra strada. La seconda sosta lunga la feci al tramonto, mentre i suoi giochi di luce allietavano i miei occhi. Effettivamente cominciavo a essere abbastanza stanco, prolungai il riposo maggiormente rispetto a quello precedente. Adesso mi trovavo davanti l’ultima parte della chioma, avevo superato abbondantemente la parte più larga, mancava probabilmente l’ultimo terzo del fusto. L’ultima parte dell’ascesa, devo ammettere, fu davvero faticosa, oramai le forze cominciavano a mancare, l’ascesa diventava più lenta, il fiato più corto e le pause più lunghe. Il sole era ormai tramontato da un pezzo. Ascendevo a fatica, ma indomito. Pochi minuti prima della mezzanotte arrivai finalmente in cima all’albero deserto.
Ero finalmente al culmine della mia avventura, avevo raggiunto la mia meta, ero arrivato là dove fin da bambino sapevo che sarei riuscito ad arrivare. Il mio più grande sogno stava per essere soddisfatto. Cercai di tenere a bada l’emozione che agitava i miei pensieri e che mi procurava un’irrefrenabile gioia. L’oscurità della notte avvolgeva tutta la terra intorno. Il cielo senza luna, incredibilmente terso e nero, brulicava di tutti gli astri visibili a occhio nudo al punto che era difficile riconoscere le costellazioni. Mi sedetti sul ramo più alto, cercai di assaporare al meglio questo momento e di godere ancora una volta di quello straordinario spettacolo sapientemente spanto dinanzi ai miei occhi.
Un ultimo lungo sospiro e iniziai gli esercizi di meditazione intenzionale. Con gli occhi chiusi ripetevo il mio mantra affinché il mio respiro diventasse regolare e profondo e che il mio animo fosse tranquillo e ben disposto all’ascolto. Continuai la mia pratica per lunghissimi minuti. Ero perfettamente calmo, fiducioso, ma per molto tempo nulla accadde, cercai di aumentare il mio grado di concentrazione, allontanai tutti i pensieri spuri, cercai di scendere nelle profondità del mio essere e a un certo punto fui pervaso da un’ondata di benessere, di serenità e di pace.
Cominciai a provare una forte vicinanza con tutti gli esseri viventi, mi sentivo accomunato con ogni forma di esistenza, la mia individualità iniziava a dissolversi per unirsi a tutte le cose esistenti. Ero allo stesso tempo individualità e unità con il Tutto. Non ero più soltanto una emanazione dell’Essere diventata individualità pur sempre strettamente connessa al Tutto, adesso era diverso, mi sentivo tutt’uno con l’intero universo, con l’Essere. Ero ogni individualità passata, presente e futura, e tutte le individualità erano me stesso e insieme eravamo il Tutto, l’Essere.
In un successivo momento della meditazione, non riuscivo più a distinguere la vita da ciò che consideriamo inanimato. Tutto aveva una propria forma di vita ed era parte dell’Essere, tutte le vite partecipavano della sofferenza del mondo, della gioia di vivere, del bisogno d’amore, del desiderio di amare e del dolore puntuale per qualcosa di specifico. Sentivo l’universo respirare, ansimare, gemere, gioire, nascere, morire, amare e provavo anch’io tutti questi stati d’animo fusi in uno solo che inebriava la mente e faceva esplodere il petto.
Un’infinita sequela d’immagini e suoni affiorarono alla mia coscienza. Un pesce urlava di dolore mentre cercava di liberarsi dall’amo conficcato nel labbro superiore lacerato. Avvertivo echi di esplosioni e urla disumane. Lontane bestemmie irripetibili, alzarsi minacciose. Lo stupore del coltello mentre affondava nella viva carne. Canti accorati dolcissimi mentre le ombre della notte scendevano minacciose. E nel buio, il fruscio dell’abbraccio, del bacio nell’atto di amare e di fondersi insieme per tornare a essere, come un tempo, una cosa sola. E la paura del buio, dell’ignoto. La paura di vivere, di non essere capace di vivere. Il male di vivere, il peso dell’opprimente cielo che preme sul petto, penetra nel cervello e rende tutte le cose nere e insopportabili.
Sopraffatto dalle emozioni, incapace di proferire parola, la gola stretta in una morsa in cui gioia, amore, pathos e paura si erano mescolati e ora formavano una colla vischiosa. Mi fermai per un attimo, desideroso di dar tregua al mio povero cervello scosso da un terremoto di sensazioni. Il tempo di calmarmi e ripresi gli esercizi di concentrazione, cercai di scendere sempre più a fondo nelle profondità del mio essere fino a quando ebbi l’impressione di raggiungere un livello di massima coscienza e una sorta di assoluta simbiosi con il Tutto. La mia individualità si affievoliva sempre di più, mentre la sensazione di essere un’unica cosa con il Tutto diventava sempre più forte.
L’alito vitale era equamente distribuito in tutto l’universo fino alle più remote regioni dello spazio. Il mio petto si era nuovamente riempito di quello strano miscuglio di dolore e amore fusi insieme e questa volta non erano più distinguibili. Ero immedesimato con ogni esistenza, unito come fossimo una cosa sola, vibravamo all’unisono, era una sensazione stupefacente che dava pace e gioia. Non ero più chiuso nella mia solitudine, non ero più diviso dai miei simili, dalle altre esistenze che, normalmente, pur con tutti gli sforzi e le capacità empatiche restano irrimediabilmente lontani, chiusi nella loro individualità. Finalmente tutto era luce, il buio era un lontano ricordo.
Tutto aveva acquistato senso. La gioia ora pervadeva tutto il mio essere. Ora sapevo che non siamo soli, che siamo strettamente uniti con le altre esistenze, che i pronomi personali non hanno più ragione di essere: io sono te e tu sei me e in un siffatto stato la paura non ha più luogo. Non ha più luogo il conflitto, adesso è l’armonia che regna, come in un notturno di Chopin.
Rimasi per ore a godere di questo sublime stato. Poi lentamente provai a riaprire gli occhi. Intorno a me non c’erano più gli alberi, la natura, ora i miei occhi non vedevano più la realtà fatta di cose, forme e colori, ora vedevo il mondo non più mediato dai nostri sensi, in realtà ora gli occhi non comunicavano più con il mio cervello attraverso la complessa macchina fatta di fotorecettori, di nervi ottici che trasmettono forme e colori alla corteccia cerebrale che infine crea le rappresentazioni interne, adesso gli occhi parlavano direttamente alla mia coscienza, senza più mediazioni. Tutte le forme conosciute ora mi apparivano composte dall’infinitamente piccolo. Tutto intorno a me, la natura, il cielo, il mio albero prodigioso e io stesso eravamo nient’altro che aggregazioni di atomi. Tutto era un turbinio incessante di scie velocissime di elettroni che ruotavano intorno a protoni e neutroni. Osservando bene questi ultimi si capiva che a loro volta erano costituiti da particelle elementari, e a tratti, mi sembrò persino di scorgere che queste particelle, anziché puntiformi, fossero in realtà delle piccolissime stringhe che suonavano impercettibili melodie che ricordavano il concerto per cembali e violini di Bach, ma di questo non sono certo. Mi muovevo come in sogno in questa realtà fatta di vuoto e infinitamente piccoli puntini, incolori, inodori. Io stesso ero fatto alla stessa maniera e potevo librarmi nello spazio e nuotare in mezzo a quest’oceano di minuscolissime lucine. Ero velocissimo, potevo raggiungere agilmente il centro dell’universo e ritornare.
Questo modo di vedere il mondo era sconvolgente. Sempre velocissimo, ritornai al mio albero sontuoso per ridiscendere e riprendere la strada di casa, ma mi accorsi che non era possibile rompere quella sorta d’incanto. Che non era più possibile riacquistare forme sensibili. Non potevo più distogliermi dalla mia profonda meditazione. Ne fui stupito, ma non troppo. Avrei dovuto aspettarmelo, sebbene nessuno mi avesse detto che dall’albero deserto non si torna più indietro.
Gaetano Tufano