Tratto dal volume "L'albero deserto e altri racconti"
Tratto dal volume "L'albero deserto e altri racconti"
Lo Scorpione allo zenit
La mia prima volta in Africa avevo ancora in mente i racconti della mia insegnante di latino al liceo. Durante l’estate era andata insieme a sua figlia a visitare una missione in qualche paese africano, non ricordo più quale fosse, aveva accennato alle grandi savane e alle migrazioni di gnu e zebre, dunque è probabile che si trattasse di paesi come Kenya e Tanzania. Era la classica severa insegnante di latino, quella fu la prima e unica volta che invece di parlarci di declinazioni e consecutio temporum si lasciò andare e spese l’intera ora di lezione a raccontarci del suo viaggio. Tornai a casa affascinato da quei racconti. Una quindicina di anni dopo finalmente riuscii a fare il mio primo viaggio nell’Africa delle savane. Partivo con la segreta speranza che forse laggiù potesse esistere un’alternativa alla frenesia di Milano, alle code in tangenziale e all’infernale ciclo della creazione dei bisogni per poi esserne vittime.
Dopo essere stati tutto il giorno in giro per la savana in cerca di leoni, leopardi e ghepardi ritornavamo al nostro accampamento nel Maasai Mara, si mangiava in una capanna lercia, senza illuminazione, solamente con qualche torcia accesa qua e là. Da vegetariano ero riuscito a rimediare soltanto un abbondante piatto di patate lesse. Scambiavamo parole con altri backpackers, c’era un insegnante francese, avevamo scoperto che a entrambi piaceva frequentare un tranquillo campeggio immerso nel verde dalle parti di Bormes-les-Mimosas tra Tolone e Saint-Tropez e così avevamo avviato una lunga conversazione sui viaggi. Non ricordo più il suo nome, aveva l’aria del vero viaggiatore, non aveva lo sguardo spaventato, preoccupato dalle malattie o dagli animali di tanti di noi che per la prima volta vedevamo dal vero l’Africa delle savane. Dopo una settimana nel Maasai Mara sarebbe andato al nord, verso il lago Turkana. Per me era tempo di rientrare in Italia, altrimenti l’avrei seguito. Ancora oggi mi capita di sognare di ritornare in Kenya per andare a vedere il Mare di Giada. Dopo cena ci si radunava intorno al fuoco tenuto in vita con invidiabile maestria da un maasai avvolto nel suo shuka rosso a righe grigie che tiene lontani gli animali feroci. Ci si attardava il più possibile la sera, un po’ per non rompere l’incanto di quelle serate, ma anche per infilarsi il più tardi possibile nelle vecchie tende, tra maleodoranti coperte mai lavate.
Stranamente in queste occasioni si finisce per raccontarsi di altri viaggi nei luoghi più disparati, in una gara in cui vince chi ha visto il luogo più improbabile della Terra. Immancabilmente il professore mi chiese dei miei viaggi precedenti. Ero ancora giovane, fino ad allora avevo visto quasi tutti i paesi europei, compresi quelli dell’Est, e a parte l’Europa ero appena stato in Tunisia e in Turchia. Ben poca cosa al suo confronto che mi aveva parlato di ogni angolo del nostro mondo. Prima di rispondere osservai il maasai ravvivare il fuoco, ascoltai le scimmie saltellare sugli alberi intorno all’accampamento, riguardai ancora una volta la costellazione dello Scorpione proprio sopra la mia testa, sentii quanto tutto ciò mi era vicino, avvertii chiaramente di appartenere a questi luoghi e senza altra esitazione risposi “questo è il mio primo viaggio, ma in realtà mi sembra di essere tornato in un luogo noto, è come se mi sentissi a casa.”
Insieme a noi c’era una coppia d’italiani che erano appena stati nell’isola di Lamu e da lì erano andati in barca in un’altra piccola isola disabitata circondata dalle mangrovie che rendevano difficile approdarvi. Raccontavano l’arrivo su questa isoletta come un’avventura, erano dovuti scendere dalla barca nelle acque torbide tenendo lo zaino alto sulla testa per evitare di bagnarlo e passare in fila indiana in un corridoio di mangrovie dall’aspetto poco rassicurante, ero stato anche io su quelle isolette e mi era capitata la stessa identica cosa, ma non l’avevo vissuta, a dire il vero, come un novello Livingstone.
Penso che proprio in queste occasioni mi capitò di pensare che ci sono tanti modi di viaggiare. Mi parve allora che viaggiare non significasse percorrere migliaia di chilometri, vedere albe e tramonti infuocati, luoghi la cui vista mozza il fiato per la bellezza o per il mito che si avvera. Alla fine viaggiare è come leggere un libro, ognuno ci trova il proprio mondo, ognuno vi si immerge a differenti profondità e quando ne riemerge ricorda e ha compreso quello che gli serviva comprendere. Anche nei viaggi domina incontrastata la più soggettiva delle soggettività. Si può imparare ben poco anche visitando scrupolosamente tutti i musei, anche percorrendo a piedi i deserti, le savane, le città e che anzi a volte l’ossessiva collezione di luoghi sacri al turismo può anche allontanarci dalla nostra mèta. Mi resi conto che dopo aver percorso diecimila chilometri con un aereo, può accaderci di atterrare solo fisicamente, mentre la nostra mente rimane lontana, ancorata alle radici e ai costumi del nostro paese, ai nostri schemi mentali e ai nostri parametri di riferimento. Con il triste risultato di continuare a sorvolare quei luoghi senza mai atterrare, impossibilitati a immergerci veramente in essi e a esserne contaminati. Mi divertii a pensare al viaggio come una differente dimensione, la dimensione viaggio. Così come esiste la dimensione dello spazio, la dimensione del tempo, così pure esiste la dimensione viaggio. Pensai che con le culture diverse dalla nostra accade come con la cognizione del tempo, tutti ne abbiamo razionalmente compreso la natura, ma poiché ci troviamo empiricamente immersi in esso, continuiamo a comportarci come se non ne sapessimo nulla, incapaci di mutare radicalmente il nostro modo di vedere il mondo.
Compresi infine che non è sufficiente dunque viaggiare nello spazio, occorre porsi mentalmente nella dimensione viaggio, nel senso che dobbiamo fare in modo che anche la nostra mente si sposti della stessa distanza che fisicamente percorriamo. Solo così si spiega come Salgari abbia potuto raccontare del Borneo malese, dell’India e dei Caraibi senza mai essersi mosso dal Piemonte.
Trascorreva così il tempo nel Maasai Mara. La mia mente soggiogata da quella terra nera ed enigmatica, nera e primigenia, già sognava il prossimo viaggio, già immaginavo di scorrazzare per la grande piana del Serengeti, nello Ngorongoro o di arrivare alle cascate Victoria, già non vedevo l’ora di tornare quaggiù insomma, come se da qualche parte nelle mie profondità sentissi che quella è la mia terra d’origine. Adesso però era venuto davvero il momento d’infilarsi nelle lerce tende, le scimmie saltellavano da un ramo all’altro tra le acacie che circondavano il nostro piccolo accampamento e come sempre in questi casi c’è qualcuno che si diverte ad alimentare la tensione insinuando che il loro nervosismo è dovuto alla presenza di un leopardo nelle vicinanze, o di qualche altro felino capace di ingigantire le nostre ansie. L’effetto è assicurato, mi addormentai in un’atmosfera densa di suoni, rumori, odori e paure vecchie e nuove. Anche il giorno seguente non fu meno straordinario. Per la prima volta vedevo una leonessa a caccia. La vallata era piena di gazzelle. Non scappavano all’impazzata di fronte al loro nemico, come ingenuamente avrei potuto immaginare. Se ne stavano ferme, con lo sguardo e le orecchie puntate verso la leonessa, che con fare lento, fintamente incurante si muoveva alla loro volta. Ogni tanto qualche gazzella tra le più vicine al pericolo spiccava qualche balzo e si allontanava di poche decine di metri, e si rimetteva nella posizione di attenta attesa. Non so dire cosa cambi tra il vedere un leone in uno zoo rispetto a una scena del genere, ma quel dramma così semplice, naturale, essenziale insegnava molte cose.
Le cene alla luce delle lampade al petrolio, in una grande capanna malandata con il tetto in paglia, arredato con tavolacci e lunghe panche, avevano tinte forti, come una fotografia eccessivamente satura di colori. Solo gli australiani sembravano a loro agio, noi europei avevamo l’aria di bambini sperduti in un orfanotrofio. Ma a tutto ci si abitua. Nei giorni successivi, ritornare la sera stanchi al nostro accampamento con gli occhi colmi di acacie ombrellifere, savane color paglierino, stagni di ippopotami, mandrie di elefanti, branchi di leoni assonnati e interminabili file di gnu e bufali che migrano verso la Tanzania aveva il sapore del ritorno a casa in un luogo protetto e sicuro. Prima di cena improvvisavamo partite di pallavolo con i maasai e scoprivamo che quello che per noi è impegno per loro era gioioso gioco di tutti i giorni e che allegramente ci subissavano.
Qualche giorno dopo arrivai finalmente nella zona del lago Nakuru e dell’Elementeita. Erano stracolmi di fenicotteri rosa e di pellicani, sui libri si legge che quando si alzano in volo tutti insieme oscurano il sole. Le sponde fangose odoravano insopportabilmente di pesce marcio, lungo di esse sgraziati facoceri ingaggiavano titaniche lotte. Gli occhi si riempivano di spettacoli crudi di un mondo primordiale e spietato, lontano da tutto ciò che avevo letto e immaginato. Non era un mondo paradisiaco e idilliaco, ma ferino, istintivo e brutale. Cadevano a uno a uno i miti dell’Africa vista al cinema, letta nei libri, sentita raccontare che per quanto realisticamente rappresentata rimaneva pur sempre idealizzata, mancante della cruda concretezza degli odori nauseabondi, dei disagi, della mancanza d’igiene, delle malattie, dei piccoli o grandi possibili pericoli, delle mille paure, delle mille inusuali situazioni per noi animali addomesticati.
Dopo un mese di vestiti poco lavati, di barba lunga, rasata quando si poteva, magari in un ruscello vicino al lago Natron, nel nord della Tanzania con bambini maasai che incuriositi dalla schiuma da barba te ne chiedevano e se ne cospargevano l’intera testa, non soltanto il viso, atterrare a Francoforte o a Zurigo per poi arrivare a Milano sembrava come arrivare sull’Enterprise di Star Trek. Solo allora forse comprendevo, nel bene e nel male, cos’è la natura. Solo allora capivo veramente che anche noi siamo natura e che, nostro malgrado, lo era anche l’astronave del capitano Kirk. Rientravo a casa deluso quindi, avevo trovato l’Africa ma avevo perso il mito. Tra Bankfurt – così alcuni chiamano Francoforte – e il Serengeti non ci sono differenze sostanziali ma solo apparenti e noi animali umani ci siamo adattati a vivere in città semplicemente come i pesci si sono adeguati a vivere nel mare e nessuno dei due facilmente può riadattarsi altrove.
Il rientro a casa assumeva dunque diversi aspetti, da un lato il ritorno con un malcelato sospiro di sollievo nella propria zona di comfort, dall’altro diventava delusione per la consapevolezza che le uniche opzioni che ero in grado di vedere erano la padella e la brace. Allora, rassegnato, saltavo nuovamente sulla nostra giostra perversa della tangenziale di Milano rimandando al prossimo anno tutte le velleità di riscatto.
Gaetano Tufano