Tratto dal volume "L'albero deserto e altri racconti"
Tratto dal volume "L'albero deserto e altri racconti"
Il ponte
«Qui accanto passa uno dei tanti fiumi dagli argini imponenti, dalle acque melmose, dai piccoli vortici accanto ai piloni ingialliti», così annotava fissando il vuoto e immaginando se stesso fluttuare in mezzo a quella corrente, inghiottito dai vortici, o arenato nella sabbia, sulle rive del fiume.
Ripensava insistentemente a queste immagini tornando a casa. Meditava che tale spunto potesse servire da materia per un nuovo quadro. L’idea di una finestra con le tendine trasparenti dalle quali s’intravedesse l’imponente ponte dai piloni ingialliti, circondato da piccoli vortici, lo suggestionava.
Già poteva intravedere tutti i particolari del suo nuovo quadro, i giochi di luci e di ombre, il colore grigio verde delle acque, la visione impressionante dell’enorme massa d’acqua tesa con tutte le forze ad andare nella stessa direzione. Ma come esprimere in un disegno questa potenza?
Ricordava che in giovane età era stato in procinto di tentare la traversata di un fiume in prossimità della foce, senza immaginare che la corrente lo avrebbe sicuramente spinto al largo, nel mare aperto, ancor prima di arrivare a metà del tragitto.
Intanto si era fatto buio, davanti a lui, a ovest, erano ancora alti sull’orizzonte Marte e Giove. Si soffermò a guardarli e davanti ai suoi occhi, in un istante, infinite visioni si susseguirono. Vide il suo quadro comporsi sul piano dell’eclittica. Vide il fiume scendere lento tra gli argini scuri, melmosi. Vide le interminabili anse. Vide il buio delle acque, il tenue riverbero della Luna sopra i flutti. Vide, infine, il suo ponte, le sue vaste arcate imponenti e sopra il ponte rivide la figura di lei, della sua compagna, e gli parve di avvertire i suoi passi felpati, come di animale, che scandivano il ritmo di tempi iscritti da sempre nella sua memoria.
Che cos’era poi quest’arte? Un pullulare di visioni, di suoni quasi sempre incomprensibili. Una malattia della mente che rendeva la vita simile ai sogni e dava alla realtà la stessa consistenza delle ombre. Quante volte aveva avvertito con terrore quel baratro che lo separava dalle cose di quel mondo che lui definiva «delle apparenze». Quante volte aveva provato la triste sensazione di essere solo uno spettatore di quel dramma senza senso, a volte meraviglioso, a volte terribile, quale immaginava dovesse essere la «vita reale».
La sua esistenza era racchiusa tra le colorate forme prodotte dalla sua arte, relegata nei delimitati orizzonti dei mondi iperuranici. Di mondi dai quali era impossibile uscire, pur con tutta l’estrema tensione verso l’esterno. Da tempo ormai aveva smesso di pensare che l’arte potesse avere le funzioni, ora teoretiche, ora taumaturgiche, attribuitele nei secoli dai vari filosofi. L’unico senso che ancora gli sembrava plausibile era quello di un tentativo, forse del tutto ingenuo, di gettare un ponte tra queste due realtà, nell’illusione, probabilmente solo teorica, di avvicinarsi alle cose, per toccarle dal di dentro, per afferrarne l’essenza, per trovarvi un senso.
Pensava che l’artista provasse nei confronti del mondo la stessa sensazione che ha un bambino nei confronti di un giocattolo complicato, che si muove autonomamente e che sfugge alla comprensione del bambino, il quale per comprenderlo cerca di aprirlo finendo per romperlo. Vi era anche un’altra possibilità che a volte, indulgendo forse un po’ troppo con sé stesso, dava alla sua arte: quella di creatrice dal nulla di visioni illuminanti, che fattificandosi dessero luogo alla vita.
Quando smise simili pensieri, oramai tutte le stelle e le costellazioni erano ben visibili. Seduto sulla soglia della porta di casa, riavvertiva con sconforto la solita interiore inquietudine che gli rendeva interminabili le notti e che gli faceva preferire la scrupolosa contemplazione della volta celeste a quella angosciosa del vuoto del soffitto della sua camera.
Pensò a quanto banali potessero sembrare tutti questi pensieri qualora non si fosse in grado di sentirli profondamente, dentro la mente, dentro la carne, come un tarlo inguaribile che avesse il potere di fare di queste questioni delle istanze assolute, imprescindibili, dalla cui comprensione dipendesse il senso dell’intera vita.
Infine, si decise, entrò in casa e si mise al lavoro. Il suo pennello riproduceva suggestioni altrimenti inesprimibili. Il ponte appariva come un braccio teso tra le due sponde, tra gli argini scorreva in realtà una fitta processione di piccole fiamme, ognuna delle quali rappresentava una vita. La luna aveva il volto di una donna, un volto senza espressione, senza età, di una bellezza ineguagliabile, che doveva sicuramente appartenere a un essere fatto solo di spirito.
A questo punto si fermò, pensò alla sua donna, volle andare a osservarla dormire. Lei era lì. Nel buio della stanza s’intuiva appena la forma del suo corpo sotto le lenzuola. Restò a fissarla lungamente riflettendo su quanto anche lei fosse distante, intoccabile, irraggiungibile. Cercò inutilmente di capire che cosa lo separasse da lei. E anche questa volta dovette sorprendersi nella condizione di osservatore esterno, distaccato, impotente di fronte alla realtà.
Fin da ragazzo, l’immagine di sé stesso fermo dietro le tende di una finestra nell’intento blando di guardare fuori, lo aveva in un certo senso perseguitato. Gli sembrava che questa immagine simboleggiasse il senso della sua esistenza, una sorta di volo radente sopra una realtà fatta di immagini proiettate da un’invisibile fonte.
Ripensò tristemente a tutti i cortili di vecchie case che nella sua vita aveva osservato da dietro le tende. Tende ora colorate, ora bianche, talvolta nemmeno trasparenti, tanto che si era visto costretto a discostarle un poco.
Infine, ritornò lentamente al suo quadro, ridispose con cura la tavolozza sul suo braccio sinistro, con la mano destra prese delicatamente il pennello e pianse. Poi con infinita dolcezza intinse il pennello nel nero e, mescolandolo pian piano, cercò con gli occhi pieni di lacrime, tra le infinite fiammelle che scorrevano sotto il ponte, quella meno riuscita, quella diversa dalle altre e con abile e leggero colpo di pennello la spense.
Il mattino seguente, la sua donna lo cercò per tutta la casa senza trovarlo e quando entrò nello studio rimase senza parole nel vedere quello stupendo quadro appena uscito dalle mani dell’artista. Vide l’imponente braccio sopra il fiume delle vite, tra le quali immediatamente riconobbe la propria, la più luminosa. Vide la Luna che a tratti sembrava essere il volto di una donna bellissima e vi si riconobbe. Vide gli argini scuri, stracolmi di fiamme spente. Dal ponte cadeva giù un drappo di tessuto bianco trasparente, lacerato. Al di sopra e al di sotto delle vaste arcate splendevano miriadi di stelle testardamente disposte nelle note forme delle costellazioni
Gaetano Tufano