Prefazione alla ricerca dell'eternità di Angelo Filipponi
Prefazione alla ricerca dell'eternità di Angelo Filipponi
La ricerca dell’eternità manda messaggi eterni ed immortali ai suoi simili, rari sulla terra, dove domina la ricerca dell’utile, dove ci sono mafia, massoneria e politica, dove si lotta per un posto al sole – non descritto ma sotteso in quanto rifiutato –, dove neanche esiste la solidarietà di una comune fratellanza, se non a parole, essendo gli uomini in maggioranza avidi esseri, animaleschi negli appetiti, bruti irrazionali, devastatori dell’ordine naturale, superbi e divini principi del creato.
I suoi due livelli di scrittura con due diversi registri – poetico e narrativo – mostrano le differenti sfumature concettuali di uno stesso animo razionale e scientifico, mediante un metodo misto insensibile–sensibile, spirituale-corporeo, proprio dell’area di un cultore della filosofia, esteticamente impegnato nella ricerca dell’uomo celeste, astrale.
Il protagonista Lupo De Angelis ha troppo cercato – come me – ed è fuggito da sé e famiglia paterna, dagli amici, dalla scuola, dalla società mai contento di quanto ha avuto dalla vita – neanche nel mitico rifugio di Lugano con Aida viva, non sapendo di vivere un magico momento, una vera primavera-estate – essendo elemento peregrino, estraneo al mondo concreto, perché segretamente convinto di essere destinato a qualcosa di indefinito, di meraviglioso e di alto, poiché privilegiato figlio divino. Dopo la morte di Aida, la sua fuga in Nepal e poi in Africa evidenzia la volontà di tenersi lontano dalla realtà di vita, volando sopra le nuvole, vedendo dall’alto la savana, la miseria del vivere, da aviatore, non commosso, atarassico ed apatico, da nobile decadente ottocentesco, sentendo scorrere il tempo, che è e che diviene sostanzialmente vitale, nel farsi storia e, come tale, fonte di vita perenne naturale, ben espressa, a parole, nelle fasi solari dell’anno – primavera, estate ed autunno –ben rilevata, di fatto, in inverno, quando si avverte la coscienza di vivere reale in un contesto appenninico, nel corso della vita eremitica in cui si pre-sente di essere al confine e di essere arrivato al varco esistenziale, alla porta invisibile tra esistere e non esistere, acuito dalla visione odorosa profumata della materia terrena, – toccata e tastata, mediante il lavoro di sopravvivenza, in collina – che sempre è dono vivente e rinnovante anche per chi, errabondo, solitario, irrequieto, apolitico animale – come il lupo, altro compagno di vita appenninica – si considera arrivato all’ultima tragica fase finale.
Quanto somiglia Lupo ad un ribelle Angelo/Nunzio Filipponi, anarchico ed eretico, sempre sconfitto, sempre teso all’adrepebolon – il sublime spirituale – a scalare vette inaccessibili – convinto di poterle superare, desideroso di andare in alto, all’infinito, mai domo nella coscienza di male e di sopravvivenza comune invernale, nel recupero memoriale di possibile integrazione con l’altro! Lo stesso suo avvicinarsi alla timida compagna liceale di banco, – la maga pittrice –, mai degnata di uno sguardo da parte di uno, innamorato di Lucrezia, la più bella della classe, tutta presa dal più bello della classe, è segno parziale, ma vero, di un pacato scendere dal cielo!
Il libro, poetico e narrativo, scritto per una tipologia mista di comunicazione, tipica di un privilegiato essere vivente, un mortale peregrino in terra, che manda un messaggio, alto, ideale, di uno che sente l’immortalità, come propria, in quanto di origine divino-astrale, è davvero un testo per eletti, per uomini rinascimentali ariosteschi che inseguono un ideale, rinchiusi, per magia, in un castello, ancora anelanti verso un proprio sogno personale giovanile, impossibile. Il personaggio di Lupo – come l’amico Alessandro, come Aida come Lucio e gli altri – ha la connotazione di eletto, di eroe, di uomo divino, spiritualis/pneumatikos, che pur vaga sulla terra, senza esserci con autentiche radici naturali – come siamo tutti noi, eredi di una tradizione sostanzialmente agostiniana, manichea –. È un nuovo moderno Gilgameš, informe mostro primordiale che, dopo la morte di Enkidu, amico-nemico di avventure, di fronte alla rigidità della morte, scopre la vulnerabilità umana di eroe sovrumano di natura mortale, a seguito del contrasto con la divinità stessa, femminile, di un ordine superiore celeste, per cui va alla ricerca dell’uomo antidiluviano dalla vita di lunghissimi anni, Zi.ud.suddu – Trovato la vita lunga – per averne il segreto esistenziale, svanito a causa del serpente che mangia la piantina della vita, a lui regalata, per cui deve assuefarsi ed integrarsi tra gli uomini, suoi sudditi, di Uruk accettando la sua condizione umana e terrena. Come lui, Lupo, abbandonato il suo ultimo sereno rifugio, torna a Milano alla ricerca di Alessandro e, derubato di tutto in stazione, fatalmente è ucciso, con una bottiglia rotta, da un barbone straniero, preoccupato della presenza di un intruso, invasore, in un anfratto dei giardini del Policlinico, diventa simbolo del destino di un povero eroe, comunque, mortale.
Angelo Filipponi