Capitolo tratto dal volume "La ricerca dell'eternità"
Capitolo tratto dal volume "La ricerca dell'eternità"
Giulietta, la morte ha libato
il miele del tuo respiro
ma nulla ha potuto
sulla tua bellezza.
Romeo e Giulietta; William Shakespeare
Sull’umida erba del giardino della casa sul lago, dietro al grande ippocastano, là dove in primavera fioriva il narciso, ora il sole tramontava senza far rumore, avvolto nella grigia nebbia, appena riconoscibile, simile a un piccolo disco biancastro. Lupo, seduto sulla panca sotto il portico, si stringeva nel suo maglione e ne dispiegava il collo alto per ripararsi dal freddo. Poi lungamente restava immobile, attonito, con in mano un libro, a fissare il punto sul lago dove Aida era stata ritrovata senza vita. Mestamente, intrecciato al dolore, il vuoto senso delle cose si allargava occupando tutta la mente, tutti i pensieri. Tra le mani il libro restava muto sulla stessa pagina per piccole lunghe eternità. A ogni tentativo di proseguire la lettura, gli occhi di Lupo scorrevano le parole per una decina di righe, ma non il senso dei segni stampati sulla pagina raggiungeva e bussava al suo cervello attraverso le pupille, bensì i fotogrammi impressi su un’incorporea pellicola che impietosa scorreva nella sua mente e che, a ogni passaggio, sempre di più sbiadiva lasciando un’inguaribile densa e diffusa pena.
Né il garrito dei gabbiani che volavano in cerchio, né i rumori lontani dei motoscafi che si rincorrevano incessantemente lo riguardavano, nulla lo riguardava. Lupo era lontano, era sul divano con Aida, le teneva una mano e come sempre le sussurrava parole e lei sorrideva e lo guardava con quelle preziose gemme azzurre ricolme di dolcezza e brillanti di vita. La sentiva avvicinarsi teneramente e avvertiva il calore del suo corpo, sentiva la sua testa appoggiarsi lentamente alla sua spalla mentre il fremito dell’amore si espandeva tutt’intorno a loro. Ancora e ancora Aida gli chiedeva di raccontarle una delle sue storie per addormentarsi al suono della sua voce e Lupo non se lo lasciava ripetere. Raccontava melliflue storie d’amore a lieto fine, a volte prese da qualche libro altre volte ricamate al momento. E quando Aida era vinta dal sonno la prendeva in braccio e la metteva a letto.
*****
Senza Aida, la dolce notte che calava silenziosa sul lago e il riverbero della luna diventavano i suoi peggiori nemici. Portavano con loro l’insolubile tristezza, la tagliente malinconia e il tetro silenzio della casa vuota, sospesa nel tempo, immobile nello spazio. Fino a notte fonda non era possibile prendere sonno, solo ai primi chiarori dell’alba la stanchezza si appoggiava con tutto il suo peso sulle sue palpebre sbaragliando ogni resistenza. A quell’ora, l’abbandono delle difese lasciava entrare nella casa desolata nuovi fantasmi e vecchi demoni. Dal profondo delle viscere salivano, inscenando angoscianti danze, figure primordiali ammantate di mistero, e fra di loro più bella che mai volteggiava Aida, si muoveva muta tra gli arredi, muta di stanza in stanza e muta tra le sue braccia.
“Ci rivedremo, Aida. Lo sento, ci rivedremo presto. Il tempo non esiste, ricordi? Aspettami, presto i miei passi a te mi riporteranno e tu sarai di nuovo, sarai come Venere che al mattino risorge, uguale ogni giorno, incorruttibile”.
Gli schiamazzi degli uccelli ai primi chiarori del giorno facevano riemergere Lupo dalle profondità della mente più oscura. E appena sveglio non poteva opporsi al pianto, il regno delle infinite possibilità del pensiero sembrava in quel momento soppiantato irrimediabilmente dal dominio dei sensi che ottusamente innalza intorno a noi la solida gabbia della realtà tangibile, che racchiude i nostri pensieri all’interno di invalicabili muraglie, lasciando un’unica via d’uscita, il passaggio che attraverso lo Stige conduce all’Orco.
“Solo un’estate datemi, o potenti!
E un autunno per un maturo canto,
Ché più volente il mio cuore, del dolce
Giuoco saziato allora mi muoia.
[...]
Ben venga allora il tacito regno delle ombre!
Contento sarò anche se la mia cetra
Laggiù non mi accompagna. Ho vissuto una volta
Come gli dèi e di più non occorre”
Lupo continuava a ripetere ad alta voce questi versi di Hölderlin, il poeta dei poeti, finito pazzo, che tanto dolcemente aveva cantato la sua Diotima.
“E sia!” prometteva a sé stesso. “fino in fondo tributerò a te il giusto dolore, ogni giorno, ogni ora. Troppo cara mi sei, e troppo giovane e innocente eri perché io non assapori fino all’ultima goccia questo disgustoso intruglio che Cloto ha voluto filare per noi, allettandoci e unendoci prima e dividendoci irrimediabilmente dopo. A te recando inintelligibile affronto, e all’ordine delle cose indecifrabile scompenso. Ma non per questo mi sottrarrò al fato che la cruda moira insensibilmente, stancamente, presa dalla noia dell’abitudine filò per me. Sappi però che prima che tua sorella, l’inflessibile Atropo, recida il mio filo nel punto stabilito da Lachesi, io vi scoverò e vi smaschererò, mostrando a tutti che dietro le vostre maschere bianche con l’orrida bocca aperta a cerchio non c’è altro che il bieco, torvo e iniquo caso. Chiunque voi siate vi scoverò e vi smaschererò.”
La ricerca dell'eternità
Gaetano Tufano