Tratto dal volume "L'albero deserto e altri racconti"
Tratto dal volume "L'albero deserto e altri racconti"
Yangon
È ormai sera e al sedicesimo parallelo, anche d’estate, viene buio presto. Si cena prestissimo e dopo rimane ben poco da fare se non tornarsene nel modesto alberghetto a riposare, leggere, rivangare il proprio passato e provare a fare uno straccio di piano per il futuro per le rimanenti undici ore di buio. Mi ritorna l’angoscia di quando ero bambino, di quando le ombre della sera scendevano, coprivano tutti i colori e spegnevano ogni luce. Anch’io allora avrei voluto spegnermi fino al mattino seguente, fino alla rinascita. Da bambino, insieme al buio, arrivavano tutte le paure e le angosce. Le ombre prendevano forma e consistenza e si avvicinavano con fare minaccioso. Mi addormentavo con la mano sul cuore nel timore che smettesse di battere e che avrei dormito un sonno senza fine dentro l’ombra, popolata dai peggiori incubi. Adesso sono un adulto. Se a una certa età uno non ha superato tutte le paure e le angosce, se le tiene, ci convive e fa comunque quello che c’è da fare.
L’esperienza di essere da soli, in angoli sperduti di mondo, è allo stesso tempo affascinante e dolcemente malinconica. È una delle sensazioni che cerco e che mi piace ma che, di sera, diventa in qualche modo eccessiva. Allora sento il desiderio di stare in mezzo ai miei simili sebbene, per dirla tutta, senza alcuna interazione. Voglio stare con me stesso, con i miei pensieri, ma non fino al punto di starmene da solo nella mia camera d’albergo. La cosa migliore è proprio una serata tranquilla, fuori dalla confusione, lontano da rumori in mezzo a gente che fa la propria vita.
Dunque, mi incammino per le strade deserte quasi al buio in cerca di qualche locale dove bere qualcosa. Chiedo a qualcuno, mi indica un locale non molto distante, una sorta di vecchio teatro in cui ballerine danzano in abito tradizionale al suono di musica orientale. Pochissimi gli avventori, c’è anche qualche occidentale, ma non sembrano turisti. La serata finisce presto, alle dieci di sera tutti a casa e per l’ultima danza le ballerine tengono in serbo una sorpresa per gli stranieri, ballano sulle note di Hotel California degli Eagles vestite all’occidentale.
In camera il verso di un geco mi riporta a tempi lontani, senza la televisione, agli inverni senza riscaldamento, alle serate intorno al braciere trascorse ascoltando vecchie storie e per l’ennesima volta la stessa fiaba. È perfettamente normale provare nostalgia per i tempi passati, da bambini l’unica preoccupazione è il gioco, da giovani l’esplosione di vita ci fa sentire eterni e scapestrati. Dopo una certa età il ricordo di quelle lontane ere diventa mito. Provo a leggere qualcosa, ma forse è preferibile assaporare il più possibile questa atmosfera e provare a farne tesoro, in fondo è per questo che sono venuto qui.
Il giorno successivo esco di buon mattino, prima che il caldo si faccia soffocante, Yangon è già sveglia da un pezzo con le sue bancarelle di frutta, di vestiti, di suppellettili e la gente che trasporta di tutto su carretti di legno. Tutto è ancora silenzioso, ovattato. Mi avvio verso la Shwedagon Paya. Per strada a un certo punto qualcuno mi affianca come spesso accade giusto per chiedere da dove vieni, se ti piace il suo paese, questa volta però mi sorprende con una domanda insolita, come mai sono venuto in Myanmar. Sa che da noi i viaggi nel suo paese sono sconsigliati. Lo fisso per un attimo. Sono sospettoso. Da queste parti, in effetti, c’è una dittatura militare che tiene controllato e isolato il paese. Cerco una risposta adeguata, ma alla fine gli rispondo semplicemente quello che penso, che non tutti in Occidente la pensano allo stesso modo, a me piace il Myanmar, mi piace la sua gente e dunque perché non dovrei venirci. Il discorso prosegue con comparazioni sul grado di democrazia e dei diritti umani in Myanmar rispetto ad altri paesi del Sud-Est asiatico. Non è facile giudicare ma rimane il sospetto che le campagne occidentali anti-Myanmar siano per lo più dovute a questioni di allineamento sullo scacchiere geopolitico e di rifiuto di logiche neocolonialiste, più che ai diritti umani calpestati.
Riprendo la mia strada verso la favolosa Shwedagon, ma purtroppo adesso tra i miei pensieri si fanno strada considerazioni sulle battute scambiate poc’anzi. Siamo nel primo anno del terzo millennio, il muro di Berlino è già caduto, la guerra fredda è finita da un pezzo eppure qui avvertono l’Occidente come una presenza minacciosa. Già da molti anni la Thailandia, la Malaysia, l’Indonesia fanno crescere il loro prodotto interno lordo per mezzo dell’afflusso di capitali stranieri e in effetti a un certo punto cominci a vederne i risultati. In quei paesi, soprattutto nelle capitali, ti accorgi di grandi cambiamenti, sembra arrivato improvvisamente sviluppo e benessere. Poi però se guardi con più attenzione ti accorgi che di fatto la ricchezza non si è distribuita equamente e che sono aumentate le differenze fra chi sta bene e chi fa fatica a mettere insieme pranzo e cena, come si diceva una volta. Ti accorgi che negli investimenti stranieri c’erano costi occulti, sociali, ambientali e di dipendenza con cui fare i conti a breve e lungo termine e che a pagarli sono soprattutto i più deboli.
Mi lascio prendere dalle mie solite considerazioni che mi portano a puntare il dito verso tutte le forme di governo in cui uno o pochi decidono per tutti. E non importa se si tratta di autocrazie o di forme più o meno avanzate di democrazia – sebbene nessuno possa negare la grande differenza tra una dittatura e la migliore delle democrazie – perché spesso sussistono ampi margini che consentono anche ai governi eletti democraticamente di muoversi autonomamente dentro e oltre le promesse elettorali. Alla fine finisco comunque per concludere che la democrazia è ancora la migliore forma di gestione della cosa pubblica, ma che necessita di modifiche strutturali. L’assenza di qualsiasi responsabilità per aver disatteso gli impegni assunti con chi ha dato la propria fiducia non è più accettabile.
Oramai tutti abbiamo chiaro che le lusinghe elettorali sono soltanto grossolani espedienti per ottenere voti e che le menzogne, i giochi di parole, le capacità imbonitrici sono ormai diventati le migliori qualità per un politico, tanto non esistono strumenti per chiedere conto di eventuali inganni, né tanto meno per sanzionarli. Lo abbiamo capito ma non siamo ancora in grado di porvi rimedio.
La storia sembra dimostrare che nulla è acquisito definitivamente, che i diritti conquistati si possono perdere, che è possibile dimenticare le consapevolezze raggiunte e che spesso è la spada a vincere sulle idee, ma io parlo con la forza di quei sogni che lasciano negli occhi visioni persistenti e che mi fanno dire che forse un giorno tutti comprenderemo che il paese, la terra in cui viviamo, appartiene a noi quanto al più alto in carica dei governanti e che ciò che facciamo quando eleggiamo un nostro rappresentante è remunerarlo affinché lo amministri con responsabilità, per nostro conto, secondo criteri e promesse condivisi, che egli non ha alcun potere se non la forza della nostra fiducia che appena disattesa lo farà cadere assieme al suo mandato di amministratore.
Nei miei migliori sogni accarezzo l’idea del superamento della necessità di gerarchie, del primato dell’individuo e di una società come somma degli individui, e dei loro voleri, delle loro aspirazioni, non come un’astratta comunità in cui si perda l’individualità e la si veda solo come una massa informe da dirigere e plasmare a piacimento.
Mi fermo un attimo. Forse mi sono smarrito, mi capita spesso di inoltrarmi nei miei pensieri fino al punto di non badare più alla strada, mi succede anche a due passi da casa, figuriamoci qui. Chiedo informazioni e riprendo la strada giusta per la Shwedagon e subito riprendo nuovamente anche a riflettere sulle mie cose. Mi torna in mente Kant e il suo trattato sulla pace perpetua, mi chiedo come si sentirà il filosofo dell’imperativo categorico, chiuso nella tomba nel mausoleo della cattedrale della sua Königsberg, il cui nome oggi è cambiato in onore di Kalinin, stretto collaboratore di Stalin e fautore di una delle più cruente rivoluzioni. Aveva accolto la Rivoluzione francese come una liberazione dalle monarchie assolute, ma come doveva sentirsi l’autore del trattato sulla pace perpetua durante gli aspri combattimenti, i bombardamenti e le devastazioni subiti dalla sua città durante la seconda guerra mondiale che avrebbero riportato la sua città sotto una delle più sanguinose dittature? Che dire? La sorte sa essere molto ironica e la realtà sa superare qualsiasi immaginazione. Mi domando cosa ci faccio qui, perché sto andando a vedere questo tempio straniero. Cosa muove i miei passi in questo bizzarro pianeta figlio di un universo che sembra prendersi gioco di noi? Non sarebbe forse meglio arrendersi e ammettere che non c’è nulla da fare, che ogni sforzo è inutile?
Purtroppo non ci riesco. Ritorno a pensare a Kant e al suo trattato “Per una pace perpetua”, laddove sostiene che il popolo debba controllare le decisioni di chi governa. Siamo in pieno Illuminismo e il filosofo tedesco ne interpreta le migliori istanze che noi oggi sembriamo aver dimenticato. Ricordiamo la caduta degli assolutismi, ma non abbiamo fatto tesoro delle istanze di libertà e di crescita dell’individuo fino ad aver consapevolezza che nessuno deve sostituirsi a noi su importanti questioni che riguardano la nostra vita, il nostro benessere e il nostro futuro. Nel passo che segue è sufficiente sostituire il termine “sovrano” con “premier” per vedere che nulla è cambiato da allora “il sovrano non è parte dello Stato, ma proprietario, dello Stato, e nulla scalfirà i suoi banchetti, le sue battute di caccia, le sue villeggiature, le sue feste di corte”1, per un governante infatti la decisione d’imbarcarsi in una guerra è molto meno coinvolgente. Per questo secondo Kant deve essere il popolo a prendere decisioni di tale gravità, poiché le sofferenze, le morti e le devastazioni che un conflitto armato porta con sé si abbatteranno proprio sulla gente comune che, consci di questo, non daranno mai il loro consenso. Illuminante e sorprendente, non è vero? Successivamente Kant aggiunge “lo sviluppo più naturale è che i cittadini stessi si trovino a riflettere molto prima di prendersi un simile rischio, perché si troverebbero a doverne sopportare tutte le sventure in prima persona (come combattere in prima persona, contribuire personalmente alle spese di guerra, riparare ai danni portati dal conflitto e, infine, per colmare la misura del male, addossarsi un onere di debiti mai estinguibili, per via delle nuove guerre imminenti.”2
Mi spingo poi a sognare come Kant quando teorizza, sempre nel suo ipotetico trattato sulla pace, la progressiva eliminazione degli eserciti e delle armi, che dovrebbero diventare inutili quando la federazione degli Stati di tutto il pianeta avrà raggiunto l’assetto governativo definitivo da lui prospettato “Gli eserciti permanenti (miles perpetuus) devono via via dissolversi per sempre” 3. So bene le critiche che si attireranno queste affermazioni di Kant, alle quali anticipatamente rispondo con Norberto Bobbio, che in un suo articolo sulla pace esorta a non rassegnarsi a lasciare che il mondo vada così come è sempre andato.
Nel frattempo, riflessione dopo riflessione, sono arrivato davanti alla maestosa Shwedagon. Mi piace fotografare, mi siedo in un angolo vicino a uno dei tanti tempietti minori all’interno dei quali intere famiglie con bambini piccoli consumano i loro pasti. Sostituisco l’obiettivo grandangolare con un buon teleobiettivo e mi preparo a catturare qualche foto di vita di tutti i giorni.
Non sono credente, nel senso che non presto fede a nessuna religione. Da bambino i miei genitori mi mandarono in parrocchia per fare il chierichetto. Cercavo di fare del mio meglio, ma a mano a mano che crescevo, aumentavano in me dubbi sempre più insistenti. Quando poi al liceo cominciai a studiare filosofia, Nietzsche e Schopenhauer mi allontanarono definitivamente da qualsiasi forma di fede religiosa. Mentre aspetto l’occasione per un buon scatto, mi domando cosa ci faccio qui, in un tempio buddista, che cosa rappresenta per me questa splendida pagoda al di là degli aspetti estetici, che d’altro canto a ben vedere sarà costata sudore e sangue a tanti umili artigiani, scalpellini e manovali devoti che da queste parti, secondo le cronache, prestavano la loro opera volontariamente. Perché, in queste cose, tutto il mondo è paese, le cronache ricordano i sovrani che hanno voluto l’edificazione e gli ampliamenti di grandi opere, i notabili che hanno contribuito con donazioni, talvolta i grandi artisti che li hanno disegnati, mentre coloro che materialmente hanno lavorato per edificare, nessuno li cita, loro non contano, non hanno mai contato e chissà se mai conteranno. In ogni caso oggi noi visitiamo questi luoghi senza pensare a queste fastidiose faccende, del resto siamo in vacanza e questi pensieri già tristi di per sé rischiano di pesare sullo stomaco e di non far digerire il pollo tandoori a qualcuno e a me l’insalata di tohu, una sorta di tofu birmano fatto con farina di ceci o piselli gialli.
Non c’è niente da fare, sono fatto così! Mentre aspetto lo scatto epico mi faccio sorprendere continuamente da pensieri spuri che mi distraggono e perdo persino il momento propizio, non sarò mai un buon fotografo, ma non importa.
Riprendo le mie elucubrazioni sulla religione e sui motivi che mi spingono a visitare queste testimonianze secolari di fede religiosa, nonostante la mia ideologica avversione per le religioni. Che dire? Tutto sommato, la religione mi sembra il modo più immediato e significativo per conoscere un popolo e per provare ad allargare gli orizzonti mentali che restando chiusi nel proprio ambiente, inevitabilmente si restringono. Dunque la religione come modo per provare ad addentrarsi in modi diversi di vedere il mondo, di concepire la vita e la morte, di conoscere altri costumi che esprimono l’etica di una comunità. Del resto, quando il viaggio non è fuga o distrazione è desiderio di conoscenza, e sul nostro pianeta ci sono sostanzialmente poche cose da conoscere, gli spettacoli naturali, i nostri amici animali e gli altri umani e, volendo conoscere altri popoli, la religione è un buon modo per comprendere ciò che nelle diversità ci accomuna e ciò che ci diversifica nella sostanziale uguaglianza.
Insomma penso e ripenso alle stesse cose che mi tengono occupato la mente anche a casa, solo che qui hanno un sapore diverso, più esotico forse? Intanto tra un pensiero e l’altro qualche scatto l’ho fatto, forse uno o due persino decenti. Mi avvio verso l’uscita, è ora di pranzo, cercherò un posto dove mandar giù qualcosa. Per anni in altri paesi d’Oriente non ho voluto prendere i classici ciclo risciò di sapore coloniale, ma qui in Myanmar qualche volta mi capita di usarli anche se con remore. Chiedo di portarmi in qualche ristorante non molto lontano, quando arriviamo il conducente mi fa qualche domanda, parla un buon inglese, ne viene fuori una bella amichevole chiacchierata, mi dice che per oggi ha guadagnato abbastanza e che se ne torna a casa per stare con la moglie e i figli e poi più tardi andrà con un suo amico in una tradizionale casa da tè a discorrere di filosofia. Sgrano gli occhi, gli dico che invidio il suo modo d’intendere la vita. Mi risponde che lo sa già, glielo dicono tutti quelli che vengono dall’Occidente stressato, forse più ricco materialmente ma sicuramente più stressante. Mi indica uno di quei grandi manifesti pubblicitari che ho già visto in giro per Yangon con volti di donne e uomini sorridenti e con incomprensibili scritte in ghirigori birmani, mi chiede se ne conosco il significato. C’è scritto se incontri qualcuno senza sorriso, regalagliene uno dei tuoi, mi dice. Ci siamo salutati come vecchi amici.
Anche oggi ho imparato qualcosa e una volta tanto riesco a dimenticare, anche se solo per un istante, che il nostro pianeta mi ricorda un’arena in cui tutti gli esseri viventi lottano gli uni contro gli altri, intenti con tutti i mezzi e a tutti i costi alla conquista della sopravvivenza, alla salvezza, alla liberazione da questo mattatoio, da questo crudele anfiteatro dal quale si potrà uscire solo con i piedi in avanti, solo dopo la morte.
Note:
1 Kant, Per la pace perpetua, pag. 24
2 Kant, Per la pace perpetua, pag. 24
3 Kant, Per la pace perpetua, pag. 14
Gaetano Tufano