Dopo Dio
Riflessioni sul futuro che ci attende
Dopo Dio
Riflessioni sul futuro che ci attende
La morte di Dio e la nascita di un problema
Ogni epoca eredita dalle precedenti nuove e vecchie domande fondamentali ed è sorprendente notare come le risposte alle vecchie domande di volta in volta cambiano, si trasformano, talvolta sono così mutate che a prima vista non si comprende a quale domanda si riferiscano. Ogni tanto capita che qualche risposta abbandoni l’alveo in cui è nata e cresciuta per andare da sola nel mondo, dimenticando le proprie origini. Le domande invece, quelle che contano davvero, quelle che accompagnano l’essere umano fin dall’inizio della sua storia, chissà perché, restano ben ancorate nel loro antico tempio. Fra queste, una in particolare domina silenziosamente tutte le altre, che cosa significa essere mortali?
È una domanda semplice soltanto in apparenza. La consapevolezza di un limite temporale dell’esistenza trasforma radicalmente il nostro rapporto con il tempo. L’essere umano non abita semplicemente il presente, vive costantemente proiettato nel futuro sebbene con uno sguardo malinconico rivolto verso il passato. Egli ricorda, immagina, progetta ma sa bene che ogni sua azione, e lui stesso si trovano di fronte a un limite invalicabile. Qualcuno in passato ha ipotizzato che proprio da questa consapevolezza nascono le religioni, sebbene oggi si pensi che esse abbiano una genesi e un significato più articolati.
In ogni caso alcune religioni hanno avuto una enorme importanza nella storia dell’essere umano perché, proprio in relazione a questa cocente domanda, sono riuscite a promettere una salvezza e una vita oltre la morte. Mentre l’arcipelago del sapere umano, la filosofia, l’arte, la scienza e la tecnica, è stato solamente in grado di offrirci sollievo e in alcuni casi paradisi effimeri e artificiali. La filosofia ha cercato di comprenderne il significato e ci ha fornito risposte utili ad attenuare le nostre paure, l’arte ha sempre impegnato tutte le sue facoltà per indagare il mistero della fine, per esorcizzarlo, sublimarlo e immortalare momenti nel tentativo di sottrarli all’oblio, la scienza ha progressivamente esteso la durata e la qualità della vita, la tecnica ha moltiplicato le possibilità di trasformare il mondo e l’essere umano stesso.
Se proviamo a guardare tutte queste imprese da una prospettiva d’insieme possiamo forse ricavarne l’impressione che tutte quante nascondano il tentativo di rispondere allo stesso interrogativo, come confrontarsi con la finitudine. Oppure, addirittura, come sfuggire ad essa.
Se assumiamo per vera questa ipotesi, allora la storia dell’umanità, per certi versi, può essere letta come un costante dialogo con le paure più profonde, con il tempo che fugge veloce e con Atropo che con le sue forbici dorate attende impaziente di tagliare il filo della nostra vita.
In Occidente, per molti secoli, la risposta dominante alla finitudine è stata offerta dal cristianesimo. La vita terrena acquistava significato come luogo di passaggio e di espiazione in funzione di una realtà trascendente. La speranza dell’eternità non eliminava del tutto le paure e le sofferenze legate alla nostra fine e alla perdita dei nostri cari, ma le collocava entro un orizzonte più ampio, capace di conferirgli un senso.
Non è questa la sede per discutere sui fondamenti di tale speranza, qui ci interessa affermare il significato e l’influenza che ha avuto nell’Occidente. A tal proposito, bisogna ammettere che da quando la religione cristiana cominciò a trovare spazi per una diffusione, dopo Costantino e Teodosio, e fino a quando è riuscita a non farci sentire soli e abbandonati in questo mondo, pur tra roghi, inquisizioni e persecuzioni, per oltre un millennio essa ha costituito uno dei pilastri della civiltà europea. Ne ha influenzato pesantemente la morale, l’arte, la politica e soprattutto il modo di concepire la nostra vita e la nostra casa terrena facendoci vivere al riparo dell’angoscia esistenziale, sotto l’ombrello del grande padre che ci avrebbe ospitati per sempre nella sua casa celeste.
Nel 1882, Friedrich Nietzsche mette fine all’illusione in cui la cultura Occidentale si era fino ad allora cullata, pubblicando uno dei passi più celebri della filosofia moderna. «Dio è morto. Dio resta morto. E noi lo abbiamo ucciso1.»
La “morte di Dio” non coincide con la dimostrazione della sua inesistenza, indica piuttosto il progressivo venir meno della sua funzione di fondamento condiviso dell’esistenza, il folle che pronuncia quelle parole infatti non esulta, al contrario, è l’unico tra i presenti capace di comprendere la gravità dell’evento. Egli sa che eliminando il principio assoluto attorno al quale era stato costruito un intero universo di valori, non si distrugge soltanto una credenza religiosa, si mette in discussione il criterio stesso con cui distinguere il vero dal falso, il bene dal male, il giusto dall’ingiusto.
Il crollo delle certezze attraverserà tutta la filosofia del Novecento che cercherà di aggrapparsi a nuove fondamenta, la ragione, la politica, la scienza e persino, in tempi recenti, alla tecnica con le sue promesse di immortalità con l’ausilio dell’ingegneria genetica e dell’eugenetica. Altri sosterranno che ogni fondamento assoluto costituisca un’illusione. Altri ancora vedranno nella tecnica la nuova forza capace di guidare il destino dell’umanità.
Tuttavia, forse, in questo dibattito è rimasto quasi inosservato un elemento decisivo, la morte di Dio non ha cancellato il desiderio umano di eternità, ha soltanto privato quel desiderio della sua tradizionale dimora. L’essere umano nel suo intimo continua a rifiutare la propria finitudine. Continua a cercare ciò che possa sottrarlo al dominio del tempo. Cambiano gli strumenti, i linguaggi, le immagini, ma il problema rimane sorprendentemente inalterato.
È qui che questa dissertazione prende una direzione diversa rispetto a molte interpretazioni della modernità, intanto la questione fondamentale non sarà mai se Dio esista o non esista. Neppure sarà cercare di stabilire se la tecnica riuscirà un giorno a sconfiggere la morte. L’immortalità terrena non potrà mai essere vista dall’autore come una risposta adeguata in un mondo dominato dalle leggi fisiche che allo stato dell’arte ne prevedono comunque una fine. Né potrà mai essere considerata veramente auspicabile vista l’iniquità delle leggi che dominano l’universo sensibile.
La domanda che qui ci facciamo è radicalmente diversa e riguarda la possibilità che la ricerca dell’eternità non sia esclusivamente legata alle religioni, ma che sia una struttura originaria della Coscienza dell’essere umano, alla quale religione, filosofia e tecnica hanno cercato di dare nelle diverse epoche, risposte differenti.
La casa vuota di Dio
Quando una casa viene abbandonata, accade un fenomeno singolare, le stanze rimangono al loro posto, le finestre continuano a guardare il paesaggio circostante, le pareti delimitano ancora gli stessi spazi, persino gli oggetti conservano, per qualche tempo, l’impronta di chi li ha abitati. Ciò che manca non è l’edificio, ma la presenza di chi l’abitava. Qualcosa di simile è accaduto al pensiero occidentale.
Per secoli Dio non ha rappresentato soltanto il vertice della religione cristiana. È stato il principio ordinatore dell’intera realtà. La metafisica, la morale, il diritto, la concezione del tempo e della storia trovavano in lui il proprio fondamento ultimo. L’universo possedeva un centro e, grazie a quel centro, ogni cosa trovava il proprio posto. Quando Nietzsche proclama la morte di Dio, quell’edificio non crolla, rimane in piedi.
Continuiamo a parlare di verità, di giustizia, di dignità, di progresso, di senso della storia, spesso utilizzando categorie nate all’interno di un orizzonte metafisico che pretendiamo ormai di avere superato. È come se avessimo dichiarato disabitata la casa senza mai smettere di viverci e di usare le sue suppellettili. Questa osservazione non riguarda soltanto la religione. Anche molto pensiero contemporaneo continua a pensare il rapporto fra l’uomo e la realtà secondo una struttura ereditata da Platone, da una parte il mondo dell’esperienza, mutevole e imperfetto, dall’altra un livello più autentico dell’essere, stabile, definitivo, sottratto al tempo.
Cambiano i nomi, non sempre cambia la struttura. Talvolta il mondo delle Idee diventa il regno dei valori, altre volte diventa la Coscienza, oppure il linguaggio, la storia, la razionalità. Ci rendiamo conto allora che il nostro è un disperato tentativo di non permettere che l’eredità del padre venga perduta e si dissolva con lui. La casa è vuota della sua presenza, ma è ancora piena dei suoi lasciti che diventano feticci e surrogato del padre che morendo ci ha abbandonati in questo inospitale mondo. Proviamo allora a rivolgerci alla realtà sensibile e per qualche tempo sembra persino funzionare, finché ci sentiamo forti, fino a che lo spettro della morte è tenuto lontano. Ma c’è un momento in cui iniziamo a sentire un fondo di amarezza, di disagio e talvolta di angoscia e ci ritorna l’antico tarlo del significato della nostra esistenza, di noi stessi e proviamo a guardarci ancora una volta intorno alla ricerca di appigli cui aggrappare il nostro pensiero e le nostre stanche membra.
Abbiamo però ben compreso che a nulla vale crearci altre metafisiche illusorie e adesso sappiamo anche, grazie a Kant, che immaginando realtà separate dal dominio dell’esperibile, introduciamo ipotesi che rispondono alle esigenze del nostro pensiero, ma che rimangono per l’appunto pensieri chiusi nella nostra mente, indimostrabili2 fuori da essa.
Negli ultimi cento anni però ci sta venendo in aiuto la scienza mostrandoci che la realtà è infinitamente più ricca, complessa e sorprendente di quanto potessimo immaginare fino a tutto il diciannovesimo secolo. L’infinitamente piccolo rivela una complessità e comportamenti che sfidano l’intuizione, l’infinitamente grande supera ogni nostra capacità di rappresentazione, la materia si dissolve in campi, relazioni, probabilità, lo spazio e il tempo cessano di essere gli assoluti della fisica classica, l’universo appare molto più vicino all’immaginazione di un artista fantasioso piuttosto che al senso comune.
Paradossalmente, mentre continuiamo a cercare un “oltre”, fatichiamo ancora a comprendere la straordinaria profondità dell’”qui” e forse queste difficoltà nascono proprio da un’antica abitudine mentale. Per millenni abbiamo pensato che la ricchezza appartenesse al trascendente e che il sensibile fosse soltanto una copia imperfetta, forse oggi potrebbe non più essere così, forse non è il mondo a essere povero, è il nostro sguardo a esserlo.
La casa che continuiamo a cercare oltre il mondo potrebbe essere stata costruita dalla nostra stessa nostalgia dell’eterno, dalla paura della finitudine come abbiamo ipotizzato prima. Questo però non significa necessariamente che l’eternità sia un’illusione, significa soltanto che, prima di collocarla altrove, dovremmo chiederci se non si manifesti già, in forme ancora inesplorate, all’interno della realtà che abitiamo.
La ricerca dell’eternità, allora, non consisterebbe nell’abbandonare il nostro mondo per cercarne un altro, potrebbe consistere nel comprendere meglio la casa che abitiamo perché potrebbe essere piena di nascondigli segreti, di spazi inesplorati che potrebbero nascondere tesori inauditi. Con questo non possiamo affermare che la scienza possa prometterci l’eternità, non dobbiamo commettere l’errore di sostituire la religione con la scienza, ci stiamo però accorgendo che davanti a noi si aprono nuovi scenari, che il regno del possibile sembra espandersi e davanti a noi si aprono nuovi territori ancora privi di mappe. Si tratta del territorio nel quale la speranza religiosa potrebbe lentamente lasciare il posto alla ricerca.
L’uomo contro il tempo
Perché l’essere umano non accetta la propria fine? La questione può apparire ovvia. Ogni essere vivente lotta per sopravvivere, l’istinto di conservazione attraversa l’intero mondo biologico, la vita tende naturalmente a conservarsi. Ma c’è qualcosa di più, non desideriamo soltanto continuare a vivere, l’esperienza ci dice chiaramente che un giorno moriremo. Questa consapevolezza modifica radicalmente il significato della sopravvivenza, conviviamo con l’anticipazione della nostra morte per tutta la vita. Ancora una volta mi torna in mente Gilgamesh, l’eroe sumero che quando scopre la morte del suo amico, terrorizzato dall’idea che anch’egli dovrà morire, sveste gli abiti regali, indossa pelli di leone e parte per un viaggio alla ricerca dell’eternità.
Forse è proprio questa la frattura dalla quale nasce la cultura occidentale, quando il futuro contiene inevitabilmente la propria scomparsa, ogni gesto acquista un significato nuovo, costruire qualcosa diventa un anelito a lasciare qualcosa di sé nel mondo, generare un figlio non significa soltanto riprodursi, ma lasciare qualcosa di sé capace di travalicare la propria esistenza, scrivere un libro non significa soltanto comunicare, ma continuare a parlare quando la propria voce si sarà spenta.
L’intera storia dell’essere umano potrebbe allora essere vista come un gigantesco tentativo di sfuggire all’oblio e di proiettarsi oltre se stessi. Le religioni promettono che nulla andrà perduto, l’arte tenta di rendere immortale la bellezza, la filosofia cerca verità che resistano al mutare delle epoche, la scienza accumula conoscenze destinate a sopravvivere ai singoli ricercatori, la tecnica cerca di prolungare la vita, conserva informazioni, registra immagini, costruisce archivi sempre più vasti. Cambiano gli strumenti, ma forse si tratta sempre dell’antico desiderio di rispondere allo stesso problema.
Sembriamo opporci alla cancellazione, prima dicevamo che forse la religione rispondeva alle nostre paure, ma forse non si tratta solo di paure, ma anche di amore, perché chi ama desidera che l’oggetto del proprio amore non scompaia, persino il desiderio di giustizia contiene una ribellione contro la finitudine perché ogni ingiustizia irreparabile sembra diventare definitiva proprio con la nostra fine.
Da questa prospettiva, la ricerca dell’eternità non appare più come un’esigenza esclusivamente religiosa, ma sembra costituire una delle forme attraverso cui la nostra coscienza reagisce alla scoperta dei propri limiti temporali. Su questo punto però potrebbe aprirsi un’altra inquietante domanda, perché siamo dotati di una coscienza capace di soffrire anticipatamente per la nostra morte?
Se fosse semplicemente un bisogno evolutivo per difenderci dai pericoli, sarebbe stato sufficiente l’istinto capace di evitare i pericoli immediati. La previsione della propria estinzione definitiva sembra un peso enorme, per quale motivo abbiamo avuto in sorte un simile fardello? Un fardello che genera ansia, malinconia e un irrimediabile senso del limite. Però abbiamo visto che forse questa Coscienza ha probabilmente reso possibile la nostra stessa civiltà, il nostro linguaggio, la progettazione, la cooperazione, la trasmissione del sapere e la costruzione di civiltà sempre più complesse.
Cosa dobbiamo dedurne? Che la Coscienza e i suoi terribili correlati sono il prezzo da pagare per la civiltà? Per poter immaginare il futuro, l’essere umano deve poter immaginare anche il proprio ultimo giorno? Da questa prospettiva, la religione non rappresenta più un errore da correggere, e la scienza e sua figlia, la tecnica, ancora una volta non possono essere banalmente viste, insieme, come una nuova fede destinata a sostituire la religione, ma come risposte storicamente differenti alla medesima angoscia esistenziale.
Il superamento della morte nella trascendenza e il tentativo di sconfiggerla attraverso la conoscenza sono umani, molto umani tentativi di non svanire per sempre nel nulla.
Ma non abbiamo ancora parlato della filosofia! Essa costituisce in questo panorama un’importante risorsa nel comprendere perché l’uomo continui, ostinatamente, a cercare di oltrepassare il limite che sa di non poter evitare.
La prima perdita
Non ricordo quando ho scoperto che prima o poi sarei morto, pochi lo ricordano. Eppure deve essere accaduto un giorno. Dicono che i bambini vivono inizialmente nel presente, che il tempo, per loro, non possiede ancora la forma di una linea che conduce inevitabilmente a una fine. Esistono il gioco, il sonno, il risveglio, l’attesa del domani, ma non ancora la coscienza della propria scomparsa.
Poi qualcosa, lentamente, cambia, la morte del proprio cane, quella di un nonno, una parola ascoltata distrattamente, una domanda improvvisa. In un momento impossibile da collocare con precisione, il bambino comprende che ciò che è accaduto agli altri un giorno accadrà anche a lui. Da quell’istante il mondo non sarà più lo stesso.
Un tempo si pensava che i nostri amici animali non avevano consapevolezza della morte, oggi cominciamo a comprendere che non è proprio così. Il gorilla Koko, aveva appreso circa mille segni della lingua dei segni statunitense e circa duemila parole dell’inglese parlato. Alla domanda, dove andrai dopo la morte, pare abbia risposto nel linguaggio dei segni “Comfortable hole, bye” / “Comodo buco, addio”. Naturalmente si registrano commenti di scettici, che ipotizzano che le risposte di Koko, potrebbero essere state involontariamente suggerite dai suoi addestratori.
In ogni caso gli etologi ci raccontano che in svariate specie animali notano segni di comprensione e di sofferenza per la perdita dei loro simili. Sempre di Koko si racconta che abbia pianto per la morte di un cucciolo di gatto che aveva adottato e per la morte dell’attore Robin Williams di cui era diventato amico. Elefanti, corvi e altri uccelli e poi primati e alcuni cetacei sembrano praticare riti funebri, talvolta con vocalizzi simili a lamenti. Segni sempre più marcati che la differenza percepita fra le varie specie di esseri viventi si assottiglia sempre di più. Il filosofo statunitense Ralph Acampora, propone di considerare le altre specie come nostri vicini di casa con i quali condividiamo il pianeta3.
Questa digressione era doverosa e importante. Segnala un errore che certamente abbiamo commesso fino ad oggi, quello di creare una sorta di barriera tra noi e il resto degli esseri viventi, escludendoli dal consorzio degli esseri sensibili e aventi Coscienza. Mi auguro che quanto prima provvederemo a correggere questa enorme svista. Comprendere questo errore aiuterà sicuramente a inquadrare e a comprendere meglio chi siamo e il mondo in cui viviamo.
Dicevamo che il mondo non sarà più lo stesso, diventerà un mondo angosciante, tutto il ventesimo secolo occidentale è colmo di un amaro senso dell’effimero che di autore in autore arriva a diventare con Cioran un nichilismo estremo, un pessimismo radicale senza alcuna possibile consolazione. La nascita diventa una condanna, la Coscienza una tragedia e l’idea del suicidio ciò che permette di sopportare la vita4.
Certamente il filosofo rumeno rappresenta l’apice del nichilismo, ma ognuno di noi sente in prima persona più o meno pungenti gli effetti di una perdita che ad oggi sembra ancora incolmabile. Ma dobbiamo ricordare che colui che più o meno volontariamente ci ha resi consapevoli della condizione in cui ci saremmo venuti a trovare, ci ha anche detto che il nichilismo sarebbe stata una fase transitoria e ha immaginato un “oltreuomo” capace di creare nuovi valori.
Circa centocinquant’anni sono trascorsi da allora, tante cose sono accadute nel frattempo che Nietzsche, pur nella sua lungimiranza, non poteva immaginare. Neppure noi siamo in grado adesso di immaginare quale uomo abiterà la fase successiva a quella attuale, ma su una cosa possiamo tranquillamente concordare con il filosofo tedesco e cioè che, come tutto quello che accade in questa parte del nostro universo, anche la fase del nichilismo lascerà il posto a qualcosa d’altro.
Di cosa siamo fatti?
Ogni filosofia nasce dallo stupore5. Lo stupore di cui parleremo adesso nasce dal fatto che l’universo, dopo quasi quattordici miliardi di anni dalla nascita, abbia prodotto un essere capace non soltanto di vivere il tempo, ma di interrogarsi sul tempo stesso. Sono stati sprecati ettolitri di inchiostro, migliaia di pagine e quintali di alberi su questo argomento e mille interpretazioni sono state proposte.
Negli ultimi decenni, sono nate numerose ipotesi riguardanti l’origine e il significato della Coscienza, ogni disciplina ha partorito le sue teorie. Così ci ritroviamo teorie che fanno riferimento alle singolarità della meccanica quantistica, alle scienze computazionali, alle neuroscienze e naturalmente alla filosofia analitica. Siamo in pieno rigoglioso sviluppo dell’Intelligenza Artificiale e i successi che stanno avendo questi software, hanno contribuito a riportare in auge il dibattito sull’identità della Coscienza.
Per adesso le posizioni delle varie teorie sembrano risentire molto dalla forma mentis della disciplina di provenienza, sono dunque molto differenziate e attraversano ancora tutto il ventaglio delle possibili risposte. Mi sembra pertanto di poter dire che siamo ben lontani da una risposta dominante e condivisa. Ciononostante questo campo è sicuramente molto promettente e nei prossimi decenni potrebbero arrivare notizie dalla millenaria portata storica per la filosofia e per l’essere umano.
Potremmo forse definitivamente comprendere se siamo delle macchine, sofisticate quanto si vuole, ma riconducibili a quella che Cartesio chiamava Res Extensa, ovvero la stessa materia di cui si compone il mondo fisico, oppure se abbiamo nascosta da qualche parte delle nostre profondità la Res Cogitans, la sostanza incorporea e inestesa che nessuna macchina artificiale potrà mai avere. L’immagine del dualismo Cartesiano è utile per semplificare e comprendersi, la risposta sarà quel che sarà, oggi non abbiamo la necessità come Cartesio di ricorrere ad artifici per non incorrere nelle reprimende dell’inquisizione cristiana.
Oltre il limite
Si dice che ogni epoca possiede il proprio concetto di impossibile, poi improvvisamente accade qualcosa, un’accelerazione che consente di superarlo. L’impressione che ne riceviamo è che lentamente il confine tra il possibile e l’impossibile si muove e tende sempre di più a schiacciare l’impossibile nel suo angolo.
La filosofia nel suo lungo cammino dalle colonie greche dell’Asia Minore a tutto l’Occidente, queste cose le ha apprese a sue spese e sa come maneggiarle. Sa benissimo che non deve confondere i limiti dell’attuale conoscenza con i limiti assoluti della realtà, ma sa anche benissimo che non deve commettere l’errore di considerare tout court desiderabile tutto ciò che di volta in volta diventa tecnicamente possibile.
Negli ultimi decenni la ricerca scientifica ha iniziato a intervenire su processi che, per millenni, erano stati considerati non solo esclusivamente naturali, ma anche intoccabili perché appartenevano agli dèi che custodivano nel loro grembo il nostro destino. Oggi dalla casa vuota di Dio non possono più arrivare moniti, e della sua voce simulata si può impadronire chiunque ne abbia l’ardire. Oggi, l’invecchiamento, la riproduzione, la manipolazione del patrimonio genetico, l’interazione fra cervello e macchina, l’impiego dell’intelligenza artificiale nell’analisi e nella produzione della conoscenza e dunque il nostro destino risiede nelle mani di pochi fautori dell’oltreuomo.
Abbiamo già detto della tensione dell’intero operato umano alla ricerca del superamento della finitudine. Ora finalmente qualcosa potrebbe davvero per la prima volta accadere. Per la prima volta nella storia i limiti imposti dalla nostra biologia potrebbero essere superati. Non possiamo adesso ritrarci spaventati e invertire un percorso che noi stessi abbiamo in qualche modo visto come il destino sacrosanto dell’essere umano. Benvenuti siano dunque ogni nuova conoscenza e ogni possibile nuovo progresso.
Ci troviamo quindi davanti a scenari che promettono enormi potenzialità. È già attuale la capacità di alterare il patrimonio genetico (editing genetico) per ottenere il figlio desiderato, senza malattie genetiche, con un quoziente intellettivo superiore alla media, dal colore degli occhi e dei capelli preferiti. È già attuale la capacità far nascere da cellule staminali embrioni, senza cervello (per sfuggire all’etica), da usare come parti di ricambio per sostituire organi malati di esseri umani. È già attuale la possibilità di interazioni fra cervello e macchina (interfacce neurali) al fine di potenziarne le capacità. E sono già attuali studi per trasferire la mente umana in un computer (mind uploading) e studi per l’integrazione di cellule umane vive nei computer.
Va detto che molte di queste ricerche hanno fini scientifici genuini assolutamente condivisibili. Esiste però a questo stadio una mancanza di regolamentazione a livello mondiale che consente fughe in avanti incontrollate. Cosa sta per accadere dunque?
Riprendiamo ora con le nostre speculazioni perché è importante comprendere che ogni nuova possibilità tecnica trasferisce sull’essere umano una quota crescente di potere, ma anche di responsabilità. Non si tratta qui di ergersi come un moderno Solone etico per dispensare norme astratte, ma per tutti noi di comprendere alcuni principi di carattere generale, vale a dire che le acquisizioni della scienza e della tecnica dovrebbero integrarsi con l’intero scibile degli esseri umani e le acquisizioni dello scibile umano, in ogni campo, dovrebbe riguardare e coinvolgere l’intero consorzio umano e inoltre, come abbiamo anticipato, l’intera comunità di esseri viventi che abitano e condividono lo stesso pianeta.
Non possono e non devono esserci patrimoni di conoscenze riservati solo a parti della popolazione dotate dei mezzi per accedervi e sfruttarle a proprio vantaggio. Gli esseri umani tutti e gli esseri viventi tutti, ognuno per la sua parte, contribuisce all’avanzamento della conoscenza e ne acquisiscono i diritti semplicemente in quanto abitanti della stessa casa terrena. Siamo tutti nella stessa condizione, nella “stessa barca”, come si diceva un tempo e l’impatto delle azioni e delle decisioni di ognuno di noi si distribuisce in qualche misura su ogni navigante di questa grande barca.
Dunque, la scienza e la tecnica, non solo devono relazionarsi, con l’economia, la politica, le norme giuridiche, ma devono riallacciarsi alla grande casa comune della conoscenza costituita dalla filosofia e dalla sua saggezza. Chi potrà dirci altrimenti chi davvero vogliamo diventare nel futuro, e quale rispetto vogliamo avere di noi stessi e di questo grande vascello interplanetario? Il problema dunque consiste nel comprendere quale immagine dell’essere umano vogliamo proiettare nel futuro e quale ricordo vogliamo tramandare ai nostri futuri figli che nasceranno tutti belli, sani e intelligentissimi. Ora possiamo dire che abbiamo varcato le porte dell’impossibile e ci stiamo entrando vittoriosi con la consapevolezza che nulla più ci potrà fermare. Potremo prolungare la nostra vita di centinaia, migliaia di anni e possiamo dire di essere in grado di controllare il nostro futuro, è una grande acquisizione. Insperata fino a cent’anni fa.
Qui nel mio studio, davanti al mio monitor, con centinaia di anni sulle spalle mentre altri mille mi sono promessi, percepisco un velo di tristezza che raramente mi abbandona, molte delle persone che conoscevo non ci sono più, alcuni non sono riusciti ad accedere alle cure della moderna tecnologia medica, altri hanno fatto incidenti in cui sono stati distrutti e purtroppo non si erano premuniti di salvare la loro mente nella MindBack centrale.
Oggi andrò come ogni anno alla gara di golf, sono tra i favoriti, riesco fare un hole in one, una buca al primo colpo a una distanza di ottocento metri, posso calcolare con precisione assoluta la direzione e la forza del vento, l’umidità e la temperatura su tutto il percorso, il corretto angolo di sito a seconda del dislivello della buca per dosare con esattezza la gittata e posso persino includere nei miei calcoli le nanometriche imperfezioni del ferro, e della pallina. Penso che dovrò acquistare una nuova teca per le mie coppe.
Posso controllare il mio destino, posso vivere per migliaia di anni, potenzialmente per sempre, stiamo studiando il modo di abbandonare il pianeta prima che il sole fagociti tutti i suoi pianeti, mancano circa cinque miliardi di anni, ma già fra un miliardo di anni la terra diventerà inospitale, la scienza però è sicura che nel frattempo avrà sviluppato tecnologie capaci di portarci su uno degli esopianeti in grado di supportare vita degli eucarioti e dei procarioti.
Ciononostante, come dicevo, ogni tanto soffro di strane malinconie, il mio tecnomedico mi dice che ho bisogno di riposo e di una vacanza, ma oramai non faccio altro nella mia vita. Un mio amico sostiene che il nostro malessere deriva dal non conoscere il senso e la finalità della nostra esistenza e mi assicura che la scienza sta ponendo rimedio anche a questo, prima o poi riuscirà a determinare con esattezza anche queste due incognite.
Un altro mio amico che si occupa di vecchie e dimenticate filosofie sostiene che un signore vissuto qualche migliaio di anni fa in Italia sosteneva che non è che l’uomo abbia poco tempo, ma che ne perde molto, perché non riesce a dare valore e significato al presente6.
Dopo la morte di Dio
“Dio è morto.” Abbiamo iniziato il primo capitolo di queste riflessioni a ruota libera con Nietzsche e mi sembra opportuno richiamarlo nell’ultimo capitolo proprio perché è così che abbiamo visto la morte di Dio, come un punto di partenza per l’inizio di una nuova ricerca e non un punto d’arrivo. Abbiamo visto che se Dio muore come fondamento condiviso dell’esistenza, l’uomo non perde soltanto una risposta, perde il luogo al quale aveva affidato le proprie domande, il luogo della trascendenza dove per tanti secoli l’essere umano aveva anelato di arrivare al termine del suo percorso terremo.
Invece il folle di Nietzsche, con l’innocenza del bambino della favola di Andersen, non ha avuto timore di passare per stupido e ci ha mostrato che il Re è nudo. Molti lo sapevano già, ma chi per paura, chi per soggezione non l’avevano mai dichiarato. Ora l’uomo moderno si scopre improvvisamente solo, ma la solitudine a volte produce un effetto inatteso. Di fronte alle paure a volte si trova il coraggio di uscire dalla propria zona di conforto e di inoltrarsi in terre sconosciute senza garanzie di ritorno. Questo è ciò che ci troviamo di fronte, questa forse è la più grande sfida della modernità. Da questo momento la responsabilità ricade interamente sull’essere umano, ha perduto il padre, si scopre adulto e comprende che non può più contare su un’autorità universale alla quale delegare il proprio destino e quello della storia futura. Forse questo è il momento opportuno per la filosofia di ritrovare la propria vocazione originaria e di cessare di fungere da Biblioteca di Babele per citazioni dotte e da Pozzo di San Patrizio per verità passate di moda.
Una grande e inaspettata possibilità sta per aprirsi, lo spazio lasciato vuoto dal Dio degli assoluti, può essere, nella modernità, occupato da una nuova trinità, la filosofia, la scienza e la tecnica. Questi draghi testardi possono finalmente cessare di guardarsi con diffidenza e iniziare a correre insieme, perché avranno compreso che ognuna di esse da sola finirà per ritrovarsi in un vicolo cieco.
Il problema dell’eternità non appartiene esclusivamente a questa o a quella disciplina, appartiene all’essere umano. Dobbiamo sempre comportarci come lo scienziato che dedica la propria vita a una scoperta che forse non vedrà completata, come l’artista che consegna un’opera al futuro, come l’insegnante che trasmette un sapere destinato a sopravvivergli, come colui che pianta un albero sapendo che non si siederà mai alla sua ombra. È in tutti questi gesti che si manifesta qualcosa di straordinario che attraversa la storia umana. Non necessariamente il desiderio di vivere per sempre, ma di certo il rifiuto categorico che tutto ciò che siamo e che amiamo venga semplicemente inghiottito dal nulla.
Forse è questo il significato più profondo della ricerca, non necessariamente l’immortalità o l’eternità, ma resistere all’insignificanza.
La filosofia, la scienza, la tecnica non possono promettere nulla, se non che lavoreranno insieme disperatamente, ma con dignità, ognuno per le proprie competenze. La filosofia dovrà forse pazientemente sorridere davanti all’impudenza delle sue sorelle, mentre queste ultime dovranno forse ascoltare la saggezza etica ed epistemologica della sorella maggiore, sebbene sappia a volte essere noiosa.
Forse, a questo punto, comprenderemo che il vero lascito della morte di Dio non è il nichilismo e che neppure può essere il tentativo di aggrapparsi disperatamente a questo scoglio impazzito che ruota a centomila chilometri all’ora intorno a una fornace dal cuore che bolle a quindici milioni di gradi, nel tentativo di vivere come un moderno Creso della Lidia che al primo errore rischia di finire alla brace. Forse il vero lascito è proprio la maturità. La maturità che si raggiunge immediatamente e inaspettatamente quando ci si rende conto di aver perduto il proprio padre e ci si trova soli di fronte al proprio destino.
L’essere umano contemporaneo è il primo, nella sua lunga e insieme breve storia a trovarsi in questa condizione, ma è anche il primo a disporre di strumenti capaci di modificare profondamente la propria condizione. La sua responsabilità non è mai stata così grande.
Siamo arrivati al termine di queste riflessioni e scopriamo che nonostante le aspettative, non sta per nascere un essere umano nuovo, ma più esposto perché finalmente libero. L'essere umano di domani sarà più solo e per forza di cose più responsabile. Sarà più consapevole e saprà che nessuna risposta può sostituire il compito di continuare a cercare. Ed è nella fedeltà a questa missione, più che nell’illusione di essere finalmente giunti alla meta che consiste, forse, la dignità più alta della nostra tensione alla ricerca.
Note
Friedrich Nietzsche, La gaia scienza (Rusconi Libri Spa) cap. 3, Aforisma 125, formato EPUB.
2. Le ipotesi metafisiche non sono dimostrabili perché, come ha affermato Immanuel Kant nella Critica della ragion pura, la conoscenza umana è legittima solo quando si applica all’esperienza sensibile.
3. Ralph Acampora, Oikos and domus: on constructive co-habitation with other creatures”, in Philosophy & Geography, 7, no 2, 2004, pp 219, 235.
4. E. M. Cioran, L’inconveniente di essere nati, trad. di Luigia Coates (Milano: Adelphi, 1991).
5. Platone, Teeteto.
6. Seneca, Sulla brevità della vita.
Sitografia
https://www.weizmann.ac.il/molgen/hanna/
https://filosofiaenuovisentieri.com/2023/01/18/microfisica-e-coscienza/
https://www.mindscienceacademy.org/cose-la-coscienza-di-federico-faggin/
https://messymind.it/filosofia-pratica/federico-faggin-qip-seita/
https://www.bioeticanews.it/le-radici-filosofiche-del-problema-della-coscienza/
https://thesis.unipd.it/handle/20.500.12608/64497
https://iep.utm.edu/integrated-information-theory-of-consciousness/
https://air.unimi.it/handle/2434/1040671?mode=full
https://www.osservatorioterapieavanzate.it/terapie-avanzate/editing-genomico
https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC5131771/
https://carboncopies.org/Research/
Capitoli
Dopo Dio
La morte di Dio e la nascita di un problema
La casa vuota di Dio
L’uomo contro il tempo.
La prima perdita
Di cosa siamo fatti?
Oltre il limite
Dopo la morte di Dio
Note
Sitografia
Caravaggio 12 luglio 2026
G. Tufano
Frontespizio:
Foto di G. Tufano
Particolare dell’affresco del 1706 intitolato “Il miracolo delle catene” di Giovanni Battista Parodi.
Soffitto della navata della Basilica di San Pietro in Vincoli a Roma.