Entropia e Capitalismo
Entropia e Capitalismo
Sappiamo dalla seconda legge della termodinamica che, in un sistema chiuso, l’entropia tende ad aumentare. In altre parole, i sistemi fisici evolvono spontaneamente verso stati sempre più probabili, nei quali l’energia risulta progressivamente meno disponibile a compiere lavoro, con l’inevitabile conseguenza dell’aumento del disordine.
L’universo, quindi, stando allo stato dell’arte della fisica sarebbe destinato a una continua espansione che lo porta verso la morte termica, lo stato di massima entropia, in cui l’energia sarà talmente dispersa da non poter più compiere alcun lavoro.
Gli esseri viventi sono sistemi altamente organizzati e la vita rappresenta una straordinaria apparente eccezione a questa tendenza. Dal DNA alle cellule, dai tessuti agli organi, fino alle reti neurali del cervello, tutto è caratterizzato da un livello di ordine estremamente elevato. Ma questo ordine non è gratuito.
Per conservarlo, ogni organismo deve spendere continuamente energia. Deve nutrirsi, respirare, metabolizzare, riparare i propri tessuti, eliminare gli scarti, mantenere costante il proprio equilibrio interno.
La vita, quindi, in realtà non riesce a sfuggire all’entropia, ma è in grado di mantenere isole temporanee di ordine incamerando energie ed esportando disordine verso l’ambiente circostante.
Quando l’organizzazione biologica non riesce più a mantenersi in vita, l’organismo muore e i processi spontanei della natura prendono il sopravvento, le strutture ordinate si degradano, i legami si rompono e il corpo ritorna lentamente agli elementi da cui era composto.
La vita può soltanto rallentare localmente l’avanzata dell’entropia, mai eliminarla.
Se osserviamo una guerra attraverso questa stessa prospettiva, appare evidente il suo carattere profondamente entropico. Ogni esplosione disperde energia, ogni incendio trasforma strutture ordinate in materiali caotici, ogni bombardamento distrugge infrastrutture, reti di trasporto, abitazioni, scuole, ospedali e luoghi di lavoro, riducendo in pochi istanti ciò che è stato costruito in decenni.
Una città rappresenta una straordinaria concentrazione di ordine, dietro ogni edificio vi sono conoscenze scientifiche, progettazione, lavoro umano, organizzazione sociale, investimenti economici e tempo. La guerra converte tutto questo in macerie. L’energia e l’informazione necessarie per costruire vengono dissipate in calore, detriti, rumore e distruzione.
In questo senso, la guerra può essere interpretata come uno dei più potenti acceleratori dell’entropia prodotti dall’attività umana.
Schrödinger osservava che gli esseri viventi sembrano nutrirsi di “entropia negativa”, cioè di configurazioni ordinate dell’energia e della materia, ma come abbiamo visto è una battaglia che a lungo termine non potrà essere vinta. Ciononostante, la vita continua ostinatamente a opporsi all’entropia, cercando di costruire ordine. I bambini che crescono, gli alberi che si sviluppano, i libri e le opere d’arte che vengono create, le comunità fondate sulla cooperazione, sono tutti esempi di organizzazioni che emergono dal caos grazie all’impiego di energia, conoscenza e tempo. L’intera storia della civiltà può essere letta come il tentativo dell’umanità di costruire strutture sempre più ordinate e complesse.
Anche la produzione di armamenti richiede ordine. Servono ricerca scientifica, tecnologia, materie prime, energia, lavoro qualificato, organizzazione industriale e capitale. Tuttavia, le armi possiedono una caratteristica particolare, la loro funzione non consiste nel produrre nuovo ordine e contrastare l’entropia, ma al contrario sono il modo più efficiente e veloce per distruggere l’ordine faticosamente ottenuto e favorire l’entropia.
È vero che un’arma può anche non essere mai utilizzata e svolgere una funzione di deterrenza, ma la sua finalità ultima rimane quella di consentire la demolizione organizzata di strutture costruite da altri. Ogni arma rappresenta quindi una potenziale trasformazione futura di ordine in disordine.
Le stesse risorse impiegate per costruire strumenti di distruzione avrebbero potuto essere destinate a scuole, ospedali, infrastrutture, ricerca scientifica o tutela dell’ambiente.
Il capitalismo è un sistema economico fondato sulla continua accumulazione del capitale, gli investimenti devono generare profitti, i profitti devono essere reinvestiti, il reinvestimento produce nuova crescita, nuovi mercati, nuovi consumi e nuova accumulazione.
Questa dinamica ha favorito enormi progressi tecnologici e un’impressionante capacità di innovazione, tuttavia, questo sistema economico contiene una tensione interna. Un sistema fondato sulla crescita continua incontra inevitabilmente limiti. Le risorse naturali non sono infinite, la popolazione non cresce indefinitamente, i mercati possono saturarsi.
Gli ecosistemi hanno una capacità limitata di assorbire gli effetti della produzione e del consumo.
Per evitare la stagnazione, il capitalismo sviluppa continuamente nuovi prodotti, nuove tecnologie, nuovi bisogni, nuovi servizi e nuove forme di consumo. In questo modo cerca di riaprire continuamente spazi per l’accumulazione, ma possiamo immaginare una situazione limite: supponiamo che i mercati siano saturi, che l’innovazione non riesca più a creare sufficiente nuova domanda, che le possibilità di espansione si riducano drasticamente. In una condizione simile, la distruzione stessa può diventare uno dei meccanismi attraverso cui si ricrea domanda.
In questo modo il capitalismo potrà perpetuarsi, ricostruendo ciò che è stato distrutto, ciò che è stato perso dovrà essere ricomprato, ciò che viene annientato richiederà nuovi investimenti, nuovo lavoro e nuovo accumulo di capitali.
In questa prospettiva, la distruzione non costituisce l’obiettivo del capitalismo, bensì uno dei possibili strumenti attraverso cui il ciclo dell’accumulazione può riprendere quando altri meccanismi risultano insufficienti.
Le guerre esistono da molto prima della nascita del capitalismo, non sono una sua invenzione, tuttavia il capitalismo moderno ha sviluppato una capacità inedita di incorporare la guerra all’interno dei propri meccanismi economici.
Industria bellica, ricerca militare, ricostruzioni postbelliche, grandi commesse pubbliche, riconversioni industriali e nuovi investimenti mostrano come anche la distruzione possa essere trasformata in attività economica. Il capitalismo non ha certo inventato la guerra, ma ha imparato a trarne profitto.
Quando la distruzione genera nuovi cicli produttivi, nuovi investimenti e nuovi consumi, la guerra può diventare compatibile con la logica dell’accumulazione del capitale. Non voglio necessariamente affermare che il capitalismo abbia necessariamente bisogno della guerra, ma che un sistema economico orientato alla crescita continua può trovare nella ricostruzione successiva alla distruzione una delle modalità attraverso la quale riattivare il proprio ciclo.
L’entropia continuerà comunque ad aumentare, nessuna civiltà, nessuna tecnologia e nessun sistema economico potranno mai annullare questa legge fondamentale della natura. La questione diventa allora un’altra.
Possiamo decidere come impiegare il tempo e l’energia che abbiamo a disposizione, possiamo contribuire alla costruzione di nuove forme di ordine, conoscenza, cultura, cooperazione, salute, giustizia, bellezza, oppure accelerarne deliberatamente la distruzione.
Nessuna pace potrà mai eliminare l’entropia. Può, tuttavia, consentire alla vita di continuare a costruire ordine e ritardare la morte del sistema. La guerra, invece, ne abbrevia la fine trasformando rapidamente anni di costruzione in pochi istanti di distruzione.
Se la vita consiste nel creare continuamente isole di ordine destinate, prima o poi, a dissolversi, allora la pace rappresenta la scelta di prolungare il più possibile questa straordinaria avventura controcorrente.
Caravaggio 21 settembre 20
Gaeteno Tufano