Prefazione al saggio di Angelo Filipponi
“Manzoni - L'arte del caratterizzare”
Prefazione al saggio di Angelo Filipponi
“Manzoni - L'arte del caratterizzare”
L’analisi critica del pensiero e della poetica manzoniana contrasta profondamente con la vulgata che celebra il Manzoni come uno dei padri della lingua e della letteratura italiana che intende promuovere un’interpretazione romantica e ideologica dell’opera manzoniana al servizio della ricerca di una identità culturale nazionale.
In particolare dal saggio di Filipponi emerge un conservatorismo delle strutture narrative delle sue opere, e una adesione a una concezione cristiana e provvidenzialistica, consapevole del male e della sofferenza umana, ma che rimanda a una salvezza ultraterrena piuttosto che a una realizzazione terrena e nazionale. Questa visione, che si riflette soprattutto nella sua opera più nota, I Promessi Sposi, risulta difficilmente conciliabile con i paradigmi della modernità risorgimentale contrariamente a quanto suggeriscono talune celebrazioni in occasione del centocinquantesimo anniversario della morte del Manzoni.
Da questa prospettiva, Manzoni appare un autore chiuso all’interno di valori tradizionali e conservatori di matrice nobiliare, distante dalla gente che vuole raccontare, ciononostante ne “I Promessi Sposi” si evidenzia la sua volontà di influire sul pubblico popolare e di contribuire all’unità linguistica pur non disponendo ancora un linguaggio completamente popolare o borghese1. Vi si riscontra in particolare una continua tensione tra il desiderio di elevare il linguaggio e quello di rendere la cultura accessibile senza tradirne la ricchezza e la profondità nel tentativo di educare il popolo secondo un pensiero cristiano controriformistico che pone l’accento sulla sofferenza come via di redenzione, più̀ che sull’azione politica diretta.
Il saggio di Filipponi, partendo dalla poetica aristotelica e attraversando le opere di Orazio, di Dante fino agli autori cinquecenteschi evidenzia chiaramente il fil rouge che collega Manzoni con una letteratura con intenti essenzialmente didascalici, che il lettore non provvisto di affinati strumenti critici, percepisce istintivamente, per mezzo della sua sensibilità̀ come nell’emblematico esempio della signora inglese che restituisce I Promessi Sposi al libraio chiedendone il risarcimento.
Note
1. La lingua meglio conosciuta dal Manzoni era il francese, avendo vissuto per anni a Parigi. In casa parlava il dialetto milanese. Imparò il fiorentino vivo dai testi, dai famosi tre mesi a Firenze per risciacquare i panni in Arno, e usava far correggere le bozze de I Promessi Sposi da Emilia Luti, istitutrice delle figlie.
Bologna 30 marzo 2025
G. Tufano